Depressione: Disturbo Depressivo Maggiore, Sintomi e Post Partum

Depressione, un termine che sentiamo pronunciare con una certa frequenza, spesso senza essere a conoscenza delle reali conseguenze di un disturbo mentale di questo tipo. Non solo, quando si parla di depressione bisogna valutare anche quelli che sono i pregiudizi spesso radicati nella società: bisogna sempre essere in grado di rialzarsi, senza mai lasciare spazio alla differenza.

Questa è una concezione che spesso appartiene alla nostra prospettiva di idee, dunque la comprensione di un disturbo di questo tipo è complicata. Viene sminuito e minimizzato, questo articolo nasce con lo scopo di comprendere a pieno quali sono i sintomi, le possibili cause e le conseguenze.

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depressione

La depressione rientra a pieno titolo nei disturbi dell’umore, compresi del DSM 5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali di riferimento. Nei disturbi dell’umore ritroviamo una alterazione patologica del tono dell’umore, nel caso specifico della depressione troviamo una condizione caratterizzata da tristezza, calo della spinta vitale e ideazioni negative.

Un cambiamento interessante che caratterizza questa ultima versione del DSM 5 è la suddivisione tra differenti disturbi depressivi, non tutti considerabili patologici. Entriamo più nello specifico e vediamo di cosa si tratta.

Curiosità

La depressione si differenzia dal disturbo bipolare perché l’umore è sempre deflesso e non si alterna a fasi maniacali, che caratterizzano invece la seconda psicopatologia.

Depressione, Cos’è?

Il termine depressione, come abbiamo già accennato, può fare riferimento sia al disturbo inserito nel DSM 5 che a un semplice episodio, transitorio e meno invalidante del Disturbo Depressivo a tutti gli effetti. La condizione necessaria per poter parlare di disturbo dell’umore è che sia presente una alterazione duratura nel tempo, capace di interferire sulle normali funzioni sociali e lavorative della persona. Il soggetto deve provare disagio, in riferimento alla sua condizione, per un periodo compreso tra 6 mesi e 1 anno se parliamo di Disturbo Depressivo Maggiore. Quali sono le caratteristiche principali e come poterle riconoscere?

  • In depressione parliamo di feeling of a loss of feelings, una perdita dei sentimenti e dell’aspetto più rassicurante della nostra vita affettiva. Il paziente depresso è appiattito rispetto al livello normale di attivazione, il mondo intorno a lui scorre senza riuscire a stare al passo.
  • La sensazione di tristezza provata dal paziente depresso è più simile a una condizione fisica chiamo una semplice emozione, anche da un punto di vista di attivazione cerebrale.
  • Due sintomi tipici della depressione sono anedonia e apatia. Con il termine anedonia intendiamo l’incapacità di provare piacere, per la maggior parte delle attività quotidiane e delle ore della giornata. Invece con apatia intendiamo quell’appiattimento piuttosto diffuso che il paziente con depressione sperimenta.

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  • Malfunzionamento neurovegetativo, poiché il paziente soffre di fenomeni come quello di insonnia o ipersonnia. La regolarità dei ritmi circadiani viene a mancare in depressione.
  • Una condizione tipica è quella dell’arresto del tempo interiore, poiché la vita del paziente sembra essersi fermata mentre il mondo intorno a lui continua a scorrere.
  • Perdita dei sentimenti vitali, che permettono al nostro corpo e al nostro cervello di sviluppare la spinta vitale necessaria.
  • Distorsione e alterazione negativa degli schemi cognitivi che riguardano sè, il mondo e il futuro: la processazione di tutto ciò che avviene intorno al paziente si tinge di nero e viene influenzata dal suo umore. Il problem solving viene meno.

La persona depressa fatica ad interagire con il mondo esterno perché si sente come “bloccata”. Sia le strategie di coping che le capacità di resilienza vengono meno: ne deriva un peggiore adattamento all’ambiente, che a sua volta rinforza la sintomatologia appena tipica della depressione.

Disturbo Depressivo Maggiore

Il Disturbo Depressivo Maggiore (MED), detto anche depressione endogena, è una forma di depressione non direttamente connessa a particolari eventi negativi come lutti, perdite o situazioni stressanti. Ricordiamo che, quando si parla di un disturbo depressivo, è importante sottolineare come non tutte le modificazioni del tono dell’umore sono da considerarsi patologiche. In questo caso specifico, l’alterazione patologica è duratura nel tempo e provoca numerose conseguenze sulla disfunzionamento del soggetto da un punto di vista sociale, relazione, lavorativo e psicologico. Il disturbo è pervasivo anche perché, quando parliamo di Disturbo Depressivo Maggiore, la durata va da un minimo di sei mesi a un massimo di un anno.

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Le cause, come vedremo nei prossimi paragrafi, possono essere differenti. Il principale criterio che ci permette di distinguere un fenomeno transitorio da un disturbo vero e proprio è senza ombra di dubbio la durata. Un episodio depressivo, per esempio, dura al massimo due settimane mentre di disturbo depressivo maggiore iniziamo a parlare quando il disfunzionamento del soggetto dura più a lungo. Un’altra caratteristica importante da tenere in considerazione è che di depressione non possiamo parlare se la sensazione di tristezza e sofferenza si verifica risposta a un lutto: uno stato di umore deflesso in risposta a un evento tragico come la perdita di qualcuno diventa patologico solo quando perdura troppo a lungo.

Non solo, in un episodio depressivo l’autostima del soggetto non viene intaccata e il ricorrente pensiero di morte non è una reale valutazione dell’opzione del suicidio. D’altra parte, nel disturbo depressivo maggiore, il soggetto percepisce di non poter continuare a vivere in una condizione così intensa di sofferenza. La sensazione di desolazione è semplicemente incompatibile con la vita umana. Inoltre, esistono due sottotipi di MED: quello melanconico, il più diffuso, e quello ansioso, dove il soggetto prova una costante sensazione di ansia.

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Distimia

Per poter parlare di distimia è importante fare una precisazione: il disordine distimico è stato sostituito nell’ultima versione del DSM con il termine Disturbo Depressivo Persistente. In ogni caso, ci riferiamo a un disturbo accomunato al disturbo depressivo maggiore per alcuni sintomi caratterizzati da una intensità più lieve. Stiamo parlando di una depressione cronica che persiste per almeno due anni (1 anno per bambini e adolescenti). Con il trascorrere del tempo, lo stato di depressione può mantenersi abbastanza equilibrato e non sfociare in un disturbo depressivo maggiore. Dunque la sintomatologia rimane meno accentuata così come il livello di disfunzionamento provocato dal soggetto.

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Ciò che complica la diagnosi di disturbo depressivo persistente è che i sintomi possono non essere sempre facilmente riconoscibili, inoltre il soggetto può sperimentare periodi di tempo in cui l’umore ritorna ad un livello normale di attivazione. Vediamo quali sono i sintomi in comune con il MED:

  • Scarso o eccessivo appetito
  • Insonnia o ipersonnia
  • Scarsa energia e senso costante di fatica
  • Bassa autostima
  • Calo della concentrazione e difficoltà a prendere decisioni
  • Sensazione di essere “senza speranza”

Depressione: Sintomi

Abbiamo già sottolineato che riconoscere con chiarezza i sintomi della depressione è essenziale per comprendere al meglio questa condizione. Quali sono i sintomi principali del MED e come possiamo riconoscerli? Ricordiamo che prima avviene la diagnosi, meglio è per la prognosi del paziente. Vediamoli nello specifico:

  • Umore depresso per la maggior parte della giornata
  • Incapacità di provare piacere per la maggior parte delle attività quotidiane
  • Mancanza di energia
  • Perdita di appetito e di peso
  • Insonnia e ipersonnia
  • Agitazione motoria o ritardo motorio
  • Difficoltà di concentrazione e distraibilità
  • Pensiero di morte, piuttosto ricorrente
  • Sentimenti eccessivi di colpa e di rovina

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Inoltre, come già accennato in precedenza, il disturbo depressivo maggiore è pervasivo della vita del soggetto dunque ogni aspetto della sua esistenza viene elaborato in chiave negativa, influenzato dal suo umore ne flesso. Anche per questo è importante non confondere una semplice reazione fisiologica dal disturbo.

Curiosità

La depressione accompagna numerose altre patologie. Ad esempio, persone con un inizio di demenza , tra cui l’ Alzheimer , o con neglect possono sviluppare sintomi depressivi perché si accorgono del declino cognitivo.

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Depressione: Cause

Le cause della depressione possono essere differenti, su base soggettiva proprio perchè molto dipende anche dalla nostra predisposizione a sviluppare un disturbo dell’umore. Come avviene per la maggior parte dei disturbi mentali, il modello che va considerato è gene – ambiente proprio perchè le esperienze di vita interagiscono con le caratteristiche soggettive. Individuare un’unica causa è impossibile per la maggior parte dei disturbi mentali, questo vale anche per la depressione. Una buona stabilità familiare, lavorativa e pochi eventi stressanti agiscono da agenti protettivi.

disturbo depressivo

Possiamo dire che le cause della depressione si raggruppano in 3 categorie principali:

  • Fattori biologici, una possibile cause di disturbo dell’umore. Stiamo parlando di polimorfismi genetici ma anche di attività dei neurotrasmettitori, non a caso alcuni soggetti hanno una predisposizione maggiore.
  • Importanti sono anche i fattori scatenanti, tra cui trauma psicologico precoce, perdite di figure di attaccamento ed eventi stressanti. Lo stress ha un effetto negativo su alcuni circuiti cerebrali, soprattutto se presente fin dall’infanzia dunque aumenta la probabilità di sviluppare un disturbo.
  • Uso e abuso di sostanze, lecite (nicotine, caffeina) e non (cannabinoidi, cocaina, ecstasy). In realtà, nel DSM, viene indicato che per fare una diagnosi di disturbo dell’umore è necessario che tale condizione non sia legata all’uso di sostanze psicoattive.

Depressione: Conseguenze

Naturalmente, le conseguenze di un disturbo di questo tipo sono distruttive sulla vita del paziente. Da un punto di vista neurobiologico, nei pazienti con disturbo depressivo maggiore si registra una ipoattivazione dell’ippocampo, un peggiore controllo dell’attività dell’amigdala e una ipercortisolemia, un ormone prodotto soprattutto in risposta allo stress. Questo significa che il paziente ha un peggiore controllo di quelle che sono le sue emozioni e questo lo porta a elaborare ogni avvenimento della sua vita in chiave negativa. Le conseguenze sono negative da ogni punto di vista: il disfunzionamento che intacca la vita dell’individuo riguarda l’aspetto relazionale, lavorativo, sociale, psicologico e anche fisico.

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Il malfunzionamento neurovegetativo porta l’individuo a dormire poco o troppo, oltre a perdere appetito e di conseguenza peso. Questo ha conseguenze negative sulla vita del soggetto. Inoltre, il soggetto nella quotidianità può percepire maggiore faticabilità e sensazione di stanchezza, oltre a una marcata difficoltà nella concentrazione e indecisione nell’affrontare anche semplici azioni. Anche la sessualità può subire una battuta d’arresto, con problemi relativi alle fasi di desiderio e orgasmo.

A livello cognitivo, generalmente è presente una ricorrente ruminazione e/o rimuginio che impedisce al soggetto di raggiungere un equilibrio. Un’altra conseguenza legata alla depressione è il rischio suicidario, che sottolinea l’importanza di un trattamento. Le stime più recenti sostengono che il 15% dei pazienti depressi ricorre al suicidio.

Depressione: Cura e trattamento

Per ciò che, invece, concerne il trattamento delle depressione, i disturbi depressivi possono essere efficacemente curati attraverso un approccio psicoterapico e/o farmacologico. Secondo le ultime ricerche, dagli studi scientifici emerge che attualmente le cure per la depressione più efficaci  sono il trattamento farmacologico abbinato alla psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Partendo dalla teoria della depressione secondo Beck, l’obiettivo del trattamento è quello di lavorare sugli schemi cognitivi che portano il paziente ad avere una visione negativa di sé, del mondo e del futuro. Un trigger, come potrebbe essere una mancata promozione lavorativa, riattiva schemi cognitivi distorti creati, generalmente, durante l’infanzia, portando il paziente in un loop in cui ogni cosa viene elaborata a seconda dell’umore. L’obiettivo è identificare questi schemi cognitivi, oltre ai pensieri stereotipati, che impediscono al paziente di processare in modo differenti gli eventi intorno a lui.

disturbo depressivo

Oltre, la terapia cognitivo-comportamentale, permette anche di lavorare sul processo di ruminazione che caratterizza questi pazienti e che li spinge a sviluppare una serie di convinzioni di colpevolezza che influiscono negativamente sul loro umore. L’obiettivo è identificare lo schema, i pensieri distorti e riportare il paziente a una visione critica della realtà. Per ciò che riguarda i farmaci, il trattamento farmacologico della depressione si rivela essenziale soprattutto quando il disturbo si presenta in forma medio-grave. L’azione dei farmaci antidepressivi di ultima generazione avviene mediante l’inibizione della serotonina, il loro effetto comincia in genere 2-3 settimane dopo l’inizio della cura.

Interrompere la spirale della depressione

Per uscire dalla depressione non basta semplicemente sforzarsi di essere felici. La depressione, come abbiamo appena visto, è un vero e proprio disturbo dell’umore. Oltre al trattamento combinato di psicoterapia e farmaci, è possibile migliorare la propria condizione svolgendo anche alcune attività che stimolano aree del cervello in grado di produrre sostanze che contrastano la patologia.

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Secondo il neuroscienziato americano Alex Kolb, è possibile invertire la spirale della depressione svolgendo degli esercizi mentali che, come già accennato, permettono di rilasciare a livello cerebrale delle sostanze simili a quelle degli antidepressivi. Alex Kolb è un giovane ricercatore post-dottorale in neuroscienze della UCLA. Si è laureato in neuroscienze nel 2002 e ha conseguito l’equivalente americano del dottorato nel 2010. Conduce le sue ricerche in due direzioni: tratta i disturbi mentali e indaga l’attività del cervello in pazienti depressi, per prevederne la reazione ai medicinali e migliorare le cure.

uscire dalla depressione

Tiene anche un blog, intitolato “Pre Frontal Nudity – The Brain Exposed”, in cui dispensa riflessioni e consigli per avere un atteggiamento più incline alla felicità con una terminologia semplice alla portata di tutti.

Trucchi per essere più felici

Nel suo blog, Alex Kolb ha condiviso cinque piccoli trucchi per sentirsi un po’ più felici. Vediamo insieme.

  1. Stare un po’ al sole. Il cervello umano ha bisogno di luce per funzionare ed esporsi un po’ al sole aumenta il rilascio di melatonina, che favorisce un buon sonno, con tutte le sue positive conseguenze.
  2. Muoversi. Al cervello è sufficiente poco movimento per attivare i neuroni della serotonina: una rampa di scale o un giretto sotto casa. Più attività fisica, però, come gli sportivi sanno, stimola i circuiti di dopamina e norepinefrina. Tradotto: più buon umore.
  3. Fare stretching. Il cervello interpreta la sensazione di muscoli irrigiditi come la conseguenza dello stress. In pratica: si stressa perché si crede stressato. Allungare e rilassare i muscoli con un po’ di stretching diminuisce, di conseguenza, il livello di stress.
  4. Farsi fare un massaggio. Il massaggio favorisce la produzione di ossitocina, che contrasta l’ansia, e aumenta i livelli di serotonina. Korb raccomanda di non rinunciare ai benefici del contatto fisico e, in mancanza della possibilità di sottoporsi a un massaggio, farsi almeno abbracciare da un amico.
  5. Fare un bel respiro. Il consiglio più comune e inflazionato ha un fondamento scientifico. Analogamente al caso dello stretching, il respiro rilassa il corpo e invia al cervello un messaggio di quiete, calmandolo di fatto.
Lettura consigliata

Se ti sono piaciuti i suggerimenti di Kolb, potrebbe interessarti il suo libro: The Upward Spiral: Using Neuroscience to Reverse the Course of Depression, One Small Change at a Time

Depressione post partum

Una forma particolare di depressione è quella che la donna sperimenta poco prima o subito dopo il parto. Si tratta di un momento pieno di gioia e di felicità, nella maggior parte dei casi, e anche per questo motivo esistono numerosi pregiudizi relativi alla depressione post partum.

La mamma deve essere in grado fin da subito di prendersi cura del suo bambino, Senza lasciare spazio alle ansie e alla paura. Una mamma che non ama non è degna di essere definita tale, nell’immaginario comune. Una prospettiva di questo tipo non prende in considerazione i cambiamenti fisici, psicologici e ormonali che una donna deve affrontare prima, durante e dopo la gravidanza.

I maternity blues sono semplici oscillazioni dell’umore, tipiche per una donna che ha partorito da poco, la differenza rispetto alla depressione post partum è che sono fenomeni transitori senza particolari conseguenze negative. Tenete conto del fatto che il 10-20% delle donne soffre di depressione post partum, dunque di tratta di un fenomeno più frequente del solito. Le donne, in questo momento della loro vita, vivono un periodo di grande fragilità dunque hanno bisogno di supporto.

depressione post partum

Conoscere per prevenire

Di solito si sviluppa nelle prime settimane dopo il parto, ma non è sempre così. Alcuni dei sintomi più tipici sono crisi di pianto, repentini cambi di umore, irritabilità generale, perdita dell’appetito, insonnia o all’opposto difficoltà a rimanere svegli. Non solo, tipica è anche l’assenza di interesse nelle attività quotidiane e/o verso il neonato, che caratterizza questa patologia specifica. I tabù relativi a questo disturbo devono essere eliminati per poter fornire il giusto supporto di comprendere la condizione di queste donne.

Questo è fondamentale anche per evitare tristi episodi di cronaca, dovuti proprio a una patologia di questo tipo. Una donna con depressione post partum non riesce a prendersi cura del suo bambino, non perchè non lo ama ma perchè non sta bene. L’assenza di un giusto sostegno può spingere queste donne, lasciate sole, a gesti estremi verso di loro e i loro bambini.