ADHD: Definizione, Sintomi, Trattamento, Bambini e Adulti

ADHD, tradotto in italiano come disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Stiamo parlando di un disturbo del neurosviluppo che appare già nei primi anni di vita, all’interno della categoria definita dei disturbi esternalizzanti. Conoscere quelle che sono le caratteristiche può aiutare a identificare un disturbo come questo già prima dei sette anni di vita del bambino. Come vedremo in modo più approfondito all’interno dell’articolo, in caso di mancata diagnosi le conseguenze negative sulla vita del soggetto sono numerose sia in età infantile che in età adulta. Non stiamo parlando semplicemente di un bambino un po’ più agitato e vispo rispetto alla media, ma di un disturbo del neurosviluppo.

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Detto questo, il soggetto con ADHD è caratterizzato prevalentemente da difficoltà nel mantenere l’attenzione, da un’eccessiva attività o da difficoltà nel controllare il proprio comportamento (impulsività), che non appare adeguato rispetto all’età della persona. Il nome di questo disturbo è cambiato parecchie volte nel corso del tempo perché non è stato possibile fin da subito abbinare le difficoltà legate all’attenzione a quelle legate all’iperattività. Nello specifico, i soggetti sperimentano alterazioni nelle funzioni esecutive, nell’attenzione e nella memoria, nella concentrazione e sforzo mentale.

Vedi anche: Metacognizione: Significato, Didattica, Questionario (QMS), Terapia (MCT)

Inoltre, è quasi impossibile per loro dedicarsi all’organizzazione, alla pianificazione, così come all’autocontrollo e alla gestione del proprio comportamento. Dobbiamo anche considerare che ai bambini e ai ragazzi viene richiesto, soprattutto seguendo le linee guida del sistema scolastico italiano, di rimanere seduti e calmi per parecchie ore della giornata. Già questo può farci capire quanto difficile sia per bambini con ADHD affrontare la vita di tutti giorni.

ADHD, Definizione

ADHD, abbiamo già accennato che la definizione di questo disturbo del neurosviluppo è cambiata parecchie volte nel corso della storia. È stato necessario sviluppare un corpus di ricerca piuttosto nutrito prima di riuscire a comprendere l’associazione tra deficit di attenzione e iperattività. La descrizione migliore relativa al paziente con ADHD è quella di un bambino con un difetto attentivo piuttosto intenso, incapace quindi di mantenere l’attenzione anche solo per concludere una frase o un pensiero. Avere una conversazione è quindi estremamente difficile, così come mantenere l’attenzione per un compito o un’interrogazione. Alla base del Disturbo Antisociale di Personalità ritroviamo il Disturbo di Condotta in infanzia o il disturbo oppositivo provocatorio, associati anche all’ADHD.

Curiosità

I disturbi del neurosviluppo sono un gruppo di problematiche eterogenee accomunate dal loro esordio in età evolutiva. Tra di essi troviamo anche l’autismo e i disturbi dell’apprendimento, quali dislessia, disortografia e discalculia.

Inoltre, abbiamo a che fare con soggetti pieni di energia fino a quando la “batteria” si scarica, peraltro in pochissimo tempo. Questo significa che hanno bisogno di dormire e riposarsi, anche se per poche ore, quasi all’improvviso. Alla base di questa caratteristica ritroviamo una iper-attivazione dei lobi frontali, connessa alle funzioni esecutive il capace di provocare anche disturbi del sonno (vedi anche: insonnia). Una valutazione interessante è stata fatta piuttosto di recente dalla ricerca scientifica, notando che anche i neonati con ADHD tendono ad addormentarsi con un rapido movimento delle braccia e non cullandoli normalmente.

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L’ADHD nel DSM-5 è definito come un disturbo con difficoltà a mantenere l’attenzione a lungo su un compito, nel controllare gli impulsi ad agire e anche nel regolare il livello della propria attività. La nuova edizione del DSM distingue anche tra ADHD con disattenzione predominante, ADHD con iperattività/impulsività predominanti e ADHD combinato.

ADHD, Sintomi

Per quanto riguarda i sintomi dell’ADHD, possiamo fare riferimento a tre categorie principali da prendere in considerazione:

  • Iperattività e impulsività, che tende a ridursi con il passare del tempo in età adulta grazie alla crescita cerebrale (più avanti vedremo che può anche portare a conseguenze negative). La crescita fisiologica permette di migliorare l’aspetto motorio ma non quello attentivo. Il bambino funziona come una pila carica, che riesce a recuperare energie in pochissimo tempo.
  • Distruttività, connessa proprio ad uno scarso controllo della impulsività e del comportamento. Non si tratta di un desiderio del bambino, ma di una conseguenza delle sue azioni, ed è importante considerare ciò perché può dar vita a numerosi sensi di colpa. Il soggetto con ADHD non si rende conto del pericolo, come dimostra l’esperimento del visual cliff. I bambini di 9 mesi a sviluppo tipico, messi a gattonare su un tavolo metà in legno e metà in plexiglass, non attraverseranno la parte trasparente. Lo stesso non vale per i bambini con ADHD.
  • Aggressività, connessa alle numerose difficoltà nell’affrontare anche le più piccole sfide quotidiane. Non si tratta però di una caratteristica primaria in ADHD. Migliorare questo aspetto del comportamento è tra gli obiettivi del metodo ABA.
  • Disattenzione, con una grave difficoltà a mantenere l’attenzione e la concentrazione anche per brevi periodi di tempo.
  • Alterata percezione del tempo, poiché faticano a quantificare il tempo trascorso. Nello specifico, quando le pile sono cariche il tempo scorre molto velocemente ma quando le pile sono scariche il tempo non scorre mai.

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Slugghish Cognitive Tempo

Qui approfondiremo brevemente una categoria particolare di soggetti con disturbi esternalizzanti di questo tipo. Il soggetto sperimenta una percezione del tempo completamente distorta, con una conseguente impossibilità nella pianificazione. Il paziente con slugghish cognitive tempo può sembrare affetto da un disturbo internalizzante, con un rallentamento della percezione temporale e un deficit attentivo. In realtà, si tratta di una sottocategoria dell’ADHD in cui i sintomi depressivi sono dovuti a uno scadimento ancora più grave della performance. Forse nella prossima edizione del DSM troveremo anche questa sotto tipologia.

Trattamento dell’ADHD

La terapia utilizzata in ADHD è una terapia psico-educazionale perché richiede l’intervento di diversi professionisti e riguarda anche la famiglia del paziente. All’interno il trattamento ritroviamo terapie psicoeducazionali e metacognitive, oltre a trattamenti farmacologici, se necessari. Una tecnica molto utile per insegnare a gestire i comportamenti-problema è la token economy. L’obiettivo è proprio quello di migliorare il funzionamento globale del bambino e della sua famiglia, migliorando le relazioni interpersonali e le sue capacità di apprendimento. Proprio a partire dal nucleo familiare, bisogna implementare l’accettabilità sociale del disturbo per migliorare la qualità di vita.

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I genitori seguono un intervento di parent training, solitamente suddiviso in 12 sedute per un periodo di tre mesi, in cui hanno la possibilità di confrontarsi in merito allo stile parentale e in merito ai vissuti. Anche gli insegnanti possono seguire una training specifico, per migliorare le proprie strategie di insegnamento. Al bambino viene invece consigliato di seguire un training metacognitivo specifico, legato al controllo dell’iperattività e della distrazione formulando piani d’azione studiati sul soggetto.

Il trattamento farmacologico può comprendere psicostimolanti, capaci di minimizzare l’impulsività per aumentare la tensione. Gli effetti con laterali non sono pochi però, a volte inserire un farmaco è necessario per gestire la comorbilità con un altro disturbo.

ADHD nei bambini

Le caratteristiche tra bambini e adulti, naturalmente, si differenziano in molti aspetti. Di base, il disturbo deve presentarsi con sei o più sintomi indicati dal DSM per almeno sei mesi, provocando disadattamento e contrastando con il livello di sviluppo. L’esordio precoce influisce in modo negativo sulla scuola, sulla famiglia e sui rapporti interpersonali. Le difficoltà provocano una bassa autostima e anche il rapporto con il gruppo dei pari è contraddistinto dall’aggressività.

Nei più piccoli viene riportata una difficoltà nell’apprendimento, causata da poca memoria e poca concentrazione. Il bambino può avere difficoltà nell’acquisizione delle nozioni scolastiche, ma ciò non necessariamente è dovuto ad un disturbo di apprendimento. La scuola è sicuramente un ambiente in cui i sintomi di ADHD appaiono inconfutabili: si tratta del primo luogo in cui il bambino è costretto a rispettare le regole imposte al gruppo. Il bambino con ADHD è iperattivo, ha comportamenti aggressivi, crisi di rabbia e litigiosità oltre che un’assenza di paura e condotte pericolose. Il disturbo del sonno è un altro campanello di allarme, sono sufficienti 3 o 4 ore con frequenti risvegli per recuperare energie.

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ADHD negli adulti

Come evolve il disturbo, in assenza di una diagnosi e di una terapia adeguata? In età adolescenziale, il ragazzo con ADHD sviluppa meno l’aspetto dell’iperattività ma più quello dell’irrequietezza interiore. Mantiene la disattenzione, l’impulsività oltre ad un umore soggetto a numerose fluttuazioni. L’autocontrollo manca ma il soggetto può sviluppare anche depressione proprio perché tende a tenersi tutto dentro. Inoltre, iniziano a presentarsi associazioni con problematiche connesse alla delinquenza come anche l’abuso di sostanze e l’incapacità di pianificazione. Il rischio di gravidanze in adolescenza è molto più elevato in ADHD.

Per quanto riguarda l’età adulta, il soggetto con ADHD è intollerante al lavoro. Tende ad isolarsi da un punto di vista sociale, per evitare di subire e fare danni di diverso tipo. Inoltre, mostra una maggiore vulnerabilità psicopatologica oltre a numerose condotte rischiose però se stesso e per gli altri. Queste prospettive servono a farci capire l’importanza di una diagnosi precoce, visto che parliamo di un disturbo del neurosviluppo. L’ADHD rimane stabile in adolescenza e in età adulta in due casi su tre, associandosi a disturbi dell’adattamento psicosociale. Per questo, è importante iniziare prima possibile la terapia.

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