Psicologia a portata di click

Straining: Traduzione, Significato, sul Lavoro, Esempi, Mobbing

Straining o strain è il termine con cui si descrive una sensazione di fatica e stanchezza psico-fisica. Forse per alcuni il termine potrebbe risultare nuovo, eppure, è probabile che a molti le situazioni e i contesti descritti risulteranno abbastanza familiari.

Chi di noi, infatti, non ha mai avvertito almeno una volta quel senso di affaticamento che ci ha fatto pensare di mollare tutto? Dunque non sorprende che, come avremo modo di vedere, lo strain rappresenta un fattore da tenere sotto controllo. Farlo, consente di vivere la propria vita in maniera più salutare, tanto da un punto di vista fisico quanto psicologico.

Cerchiamo dunque di capire meglio di cosa si tratta, imparando così a riconoscerne i segnali per poter agire tempestivamente per evitarne gli effetti deleteri.

Traduzione di Straining

La traduzione letterale del termine straining (o strain) va contestualizzata al tipo di effetto che vogliamo descrivere. Se, infatti, è generalmente traducibile come “sforzo” (come quello che si può provare sollevando qualcosa di abbastanza pesante), tale connotazione oltre che fisica, può anche essere psicologica, tanto da poter rendere il termine anche con “tensione” o perfino “stress”.

Se avere presente una traduzione di questo termine ci aiuta a farci una prima idea del fenomeno di cui stiamo parlando, va comunque sottolineato che in italiano non viene usata una traduzione specifica. Ancora una volta si è scelto di importare il termine così com’è.

In questo contesto, i termini straining e strain verranno utilizzati come sinonimi.

Straining: Significato

Ora che sappiamo cosa significa letteralmente straining, per capire quale sia il suo significato più preciso, possiamo far riferimento alla definizione contenuto nel Dizionario di Psicologia dell’American Psychological Association (APA), che è la seguente:

lo stato di un sistema su cui vengono fatte richieste eccessive. Gli esempi includono lo sforzo muscolare (tensione eccessiva in un muscolo solitamente a causa di un sovraccarico di attività) e lo sforzo psicologico, solitamente dovuto a un sovraccarico emotivo.

Sempre il Dizionario di Psicologia, ci dà una seconda definizione, ugualmente utile (seppur più concisa):

sforzo o fatica eccessivi.

Come avremo modo di vedere, l’attenzione alle richieste che ci vengono fatte è un elemento fondamentale per capire di che tipo di fenomeno stiamo parlando.

straining stanchezza
Foto di Nataliya Vaitkevich da Pexels

Straining sul Lavoro

Quando la fatica eccessiva che avvertiamo è dovuta a caratteristiche del nostro lavoro, allora possiamo parlare di straining sul lavoro o job strain.

Il modello utilizzato per spiegare questo fenomeno è il job demands-control (JDC) di Robert Karasek, il quale punta l’attenzione su due aspetti:

  • Richieste lavorative (job demands) – il numero e le caratteristiche dei compiti lavorativi che ci viene chiesto di portare a termine);
  • Controllo sul proprio lavoro (job control) – grado di libertà su tempi e modi da utilizzare per completare queste richieste).

In sostanza, incrociando la quantità di richieste lavorative con il livello di controllo sul proprio lavoro, ci possiamo ritrovare di fronte a 4 possibilità:

  • Lavoro attivo – grande quantità di richieste lavorative accompagnate anche da una notevole autonomia sul come svolgerle;
  • Lavoro passivo – numero ridotto di richieste lavorative e uno scarso controllo sul come eseguirle;
  • Basso strain – pochi compiti da eseguire con elevata di libertà d’azione;
  • Job strain.

Per descrivere il job strain, facciamo un piccolo esercizio di immaginazione. Immaginate di trovarvi a lavorare in un contesto in cui vi chiedono di svolgere tantissime attività, magari anche in conflitto tra loro (elevate richieste lavorative). Adesso pensate di avere anche pochissima libertà decisionale su come e quando realizzare questi compiti (basso controllo sul proprio lavoro). L’inevitabile esito sarà proprio questa sensazione di fatica eccessiva. È dunque facile intuire perché il job strain possa essere uno degli indicatori dello stress lavoro correlato (in cui è possibile approfondire il modello JDC e le sue successive rielaborazioni).

Esempi di Straining

In base a quanto detto finora, immaginare condizioni di straining dovrebbe essere abbastanza semplice.

Immaginate infatti di lavorare in un contesto in cui non ricevete tutte le informazioni di cui avete bisogno (e anche chiedendo ai colleghi non se ne cava un ragno dal buco) o in cui il capo non prende abbastanza sul serio le vostre idee (e che magari non ha nemmeno ben chiaro cosa facciate).
Pensate, adesso, a un lavoro molto ripetitivo in cui c’è solo un modo di fare le cose e in cui non c’è margine per decidere quando prendersi una pausa (figurarsi decidere i propri ritmi lavorativi).
Considerate, ancora, di svolgere questo lavoro per un numero elevato di ore (e senza distrazioni), di fretta (e comunque senza mai abbastanza tempo a disposizione) e magari ricevendo nel frattempo richieste in conflitto con ciò che si sta facendo.
Riflettete, infine, sulla possibilità di non avere margine di crescita (per un lavoro simile c’è bisogno di apprendere nuove competenze?).

Ecco, la sensazione di spossatezza tanto fisica quanto emotiva derivante da questa mancanza di supporto, di autonomia, di controllo su ciò che si fa è esattamente ciò che si prova quando si parla di straining. Non sorprende, dunque, che se prolungato, possa sfociare nel burnout. Quali altri effetti può avere lo straining?

Effetti dello Straining

Dal punto di vista psicologico, sembra che lo straining sia uno dei fattori di rischio per l’insorgere di depressione, in particolare se vissuto in maniera cronica. Questa relazione sembrerebbe essere anche bidirezionale: individui con sintomi depressivi tenderebbero a essere più a rischio di vivere esperienze di job strain. Anche un lavoro passivo (più in generale uno scarso controllo sulle proprie attività lavorative) sembra essere associato a un maggior rischio di depressione.

Gli effetti del job strain sulla salute fisica non sono chiarissimi. In alcuni casi il job strain sembrerebbe essere legato all’aumento della pressione sanguigna, al diabete, a malattie cardiovascolari (in particolare l’ictus ischemico) e in generale ad alcuni indicatori di uno stile di vita non salutare (indice di massa corporeo basso/alto, consumo di alcol, fumo di sigarette, scarsa attività fisica). Quindi, non dovrebbe sorprendere che, tenendo conto della sempre maggiore aspettativa di vita, il job strain sembri incidere negativamente sulla possibilità che gli anni rimanenti saranno vissuti in piena salute.

Infine, da una prospettiva organizzativa, il job strain finirebbe per drenare le (limitate) risorse delle persone. La mancanza delle stesse impedisce che siano utilizzate per ridurre errori, migliorare approcci, ecc., generando in ultima analisi una prestazione non soddisfacente. Per ridurre i livelli di straining bisognerebbe dunque aumentare il controllo sulle proprie attività lavorative, che aumenterebbe l’engagment e dunque le performance, aumentando anche l’autoefficacia derivante dallo sperimentare il successo nello svolgimento di un compito. L’aumento del controllo verrebbe inoltre percepito come supporto da parte dell’azienda (perceived organizational support; POS), che indurrebbe le persone a ricambiare questo supporto con una maggiore dedizione verso gli obiettivi aziendali.

straining
Scrivania foto creata da gpointstudio – it.freepik.com

Rischi a Lungo Termine

In base a quanto detto, è lecito chiedersi quali conseguenze possano arrecare elevati livelli di job strain alla nostra vita futura. Per poter rispondere a questa tipologia di domande, risultano particolarmente utili gli studi longitudinali. Si tratta di ricerche in cui si ripetono le stesse condizioni sperimentali allo stesso campione per verificare eventuali cambiamenti.

Una di queste ricerche ha preso in esame lo stesso campione 12 anni dopo la prima rilevazione. I risultati suggerirebbero che alti livelli di job strain (in particolare di alte richieste psicologiche) possano influire sulla possibilità che si finisca con il prendere una pensione di disabilità. Abbiamo già visto, infatti, che lo straining potrebbe infatti favorire l’adozione di comportamenti nocivi (fumo, mancanza di attività fisica) o comunque influire su aspetti neuroendocrini.

Un altro di questi studi mostrerebbe come (anche in questo caso a 12 anni di distanza), chi lasciava il proprio lavoro per uno che prevedeva un più alto livello di job strain, era più probabile che sviluppasse una forma di depressione rispetto a chi – al contrario – si era ritrovato a svolgere un lavoro con livelli più bassi di job strain. Chi era rimasto fin da subito in una posizione ad alto job strain, non mostravano un maggior rischio di sviluppare depressione – presumibilmente grazie a un qualche grado di resilienza sviluppata.

Una di queste ricerche si è addirittura spinta a realizzare un follow-up ben 28 anni dopo. Ciò che è emerso è che il job strain (e in particolare il job strain fisico) sperimentato durante la mezza-età, sembrerebbe aumentare il rischio di ospedalizzazione una volta superati i 65 anni.

Questi studi evidenziano (qualora ce ne fosse ancora bisogno) l’importanza di adottare strategie volte a ridurre lo strain nella vita di tutti noi.

Coronavirus, Job Strain e Personale Sanitario

Considerate le caratteristiche del job strain, qual è stato il suo impatto in relazione all’emergere della pandemia da coronavirus?

Come è facile immaginare, i livelli di job strain nel personale sanitario (il più esposto) sono aumentati rispetto al periodo pre-pandemico. Questo innalzamento sembra essere uno dei fattori che influenzano le intenzioni di turnover (cioè quanto una persona desidera lasciare il lavoro) del personale sanitario.

Vedi anche: retention.

Curiosità

Emblematico del legame tra turnover, job strain e Covid-19 è la situazione di una farmacista che ha finito per lasciare un lavoro che prima della pandemia le piaceva. Si è infatti ritrovata assorbita da test e vaccinazioni e vessata da conversazioni telefoniche con clienti furiosi. Era dunque impossibilitata a fare ciò che le piaceva di più – assistere i clienti e vederli stare meglio. Non stupisce dunque che abbia lasciato il lavoro.

Ovviamente, non tutti reagiscono alla stessa maniera. Cosa cambia dunque tra le persone che resistono meglio a condizioni avverse come questa e quelle che non ci riescono? Uno dei fattori sembra essere il concepire il proprio lavoro come una vocazione, una chiamata. Chi lo concepisce così, pensa che il proprio lavoro sia una parte fondamentale di un qualcosa di più grande, qualcosa che deve essere usata per aiutare gli altri, per promuovere un bene superiore. Queste persone sembrerebbero essere più pronte a reagire a potenziali imprevisti come una pandemia, essendo più motivate, competenti e capaci di adattarsi. In ultima analisi, questa prontezza finirebbe per tenere sotto controllo i livelli di job strain.

Un altro fattore di protezione può risiedere nell’aumento delle capacità di coping, tramite un apposito training per aumentare le capacità di gestione di situazioni stressanti (arresti cardiaci, ecc.), aspetti organizzativi (come il carico di lavoro eccessivo) o condizioni lavorative (scarsa autonomia, mancanza di comunicazione e altro ancora).

straining turnover
Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Straining e Mobbing

Una menzione va fatta al significato che assume talvolta la parola “straining” nel contesto italiano. Potreste infatti trovare nella letteratura psicologica italiana la definizione data da Harald Ege, lo psicologo che ha maggiormente contribuito ad approfondire il mobbing nel rispetto alle condizioni socio-culturali italiane. Ege, infatti, definisce lo straining come:

una situazione di Stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione ostile e stressante, che ha come conseguenza un effetto negativo costante e permanente nell’ambiente lavorativo. Oltre a questo, la vittima è in persistente inferiorità rispetto alla persona che attua lo Straining (strainer) e lo Straining viene attuato appositamente contro una o più persone, ma sempre in maniera discriminante.

Alcuni avranno notato una certa somiglianza con il mobbing. In effetti, Ege lo differenzia dallo straining per numero e frequenza degli eventi ostili subiti. In sostanza, il numero ridotto e la distanza nel tempo di tali azioni ostili impediscono di identificare la situazione come mobbing.

Come possiamo facilmente notare, anche Ege fa riferimento a una condizione stressante nonché all’aspetto lavorativo dello straining. Ciò che cambia è che ne attribuisce la causa all’azione di un’altra persona che agisce intenzionalmente a danno di qualcuno. Lo squilibrio tra richieste e risorse lavorative può essere visto dunque come esito di questa situazione, in quanto trattamento riservato esclusivamente a una o più persone bersaglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Seguici sui social