Workaholic: Significato, Sintomi, Come Aiutare

Workaholic è un neologismo introdotto dallo psicologo Wayne Oates nel 1971 per descrivere una persona che ha quella sensazione, quel bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente, in maniera analoga a una dipendenza. Non è un caso che il termine richiami la parola “alcoholic” (cioè chi ha una dipendenza da alcol).

Tuttavia, nonostante il nome richiami una dipendenza da sostanza ben precisa, in realtà workaholism e dipendenza da lavoro (work addiction) non sono propriamente la stessa cosa, come avremo modo di vedere. Cerchiamo di capirci qualcosa di più.

Significato di Workaholic

Non è facile parlare del significato del termine workaholic. Infatti, nonostante siano passati più di 50 anni dalla sua prima comparsa e il crescente interesse nei suoi confronti, sono emerse tante definizioni. Ogni definizione porta con sé determinati aspetti e ne esclude altri, per cui il rischio è quello che si parli di cose diverse pur chiamandole tutte con lo stesso nome.

Curiosità

L’ambito principe in cui è stato studiato il workaholism è quello della Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni. Questa disciplina studia argomenti quali:

Workaholic Sintomi
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Workaholism, Work Engagement o Work Addiction?

Capire cosa significhi essere workaholic implica distinguere questo concetto da altri che nel corso del tempo possono essersi più o meno sovrapposti al primo.

Come abbiamo detto, una definizione forse troppo ampia ha finito per far sì che si sovrapponesse a concetti come il work engagement. Nonostante ci sia una correlazione tra i due costrutti, essi non si sovrappongono. Questo è dovuto al fatto che il legame c’è con il coinvolgimento (absorption), una delle tre dimensioni dell’engagement. Tuttavia, rispetto ai workaholic, chi mostra alti livelli di engagement avrà una forte motivazione intrinseca, proverà sensazioni positive (non ansia, rabbia, senso di colpa, ecc.) e non si sentirà a disagio quando si trova lontano da luogo di lavoro né passerà il tempo a pensare al lavoro. Infine, al contrario di chi ha un forte engagement, il workaholic andrà più facilmente incontro al burnout (che è la condizione opposta dell’engagement) e avrà basse performance/un più alto tasso di assenteismo.

Vedi anche: turnover.

Più sfumata invece è la differenza con la dipendenza da lavoro, spesso usata come sinonimo di workaholism. Sebbene alcune delle caratteristiche che vedremo sono in effetti condivise da questi due concetti, nel caso della work addiction facciamo riferimento a una vera e propria condizione clinica, tanto che esistono strumenti differenti per andare a indagare questi fenomeni. Nella work addiction si andranno a rintracciare sintomi di ritiro, alterazioni dell’umore, ecc.

In ogni caso, è bene tenere presente che al momento né il workaholism né la work addiction sono stati inseriti nel DSM 5 (il manuale sui disturbi mentali elaborato dall’American Psychiatric Association).

Curiosità

Vuoi capire più nel dettaglio cosa contraddistigue una dipendenza? Allora leggi anche:

Workaholic: Cause ed Effetti

Cecile Andreassen ha eseguito una revisione della letteratura sul workaholism segnalando alcuni dei possibili antecedenti ma anche le conseguenze che può avere.

Relativamente alle cause, è possibile che questi comportamenti derivino dall’insoddisfazione del bisogno di base della competenza così come descritto dalla self-determination theory (SDT; vedi anche gamification per un approfondimento sui bisogni descritti da questa teoria). Dal punto di vista della personalità, c’è una correlazione con la coscienziosità e la stabilità emotiva, oltre che con il perfezionismo. Sembra esserci anche un legame con l’autoefficacia e ovviamente con fattori socioculturali, quali l’apprendimento vicario sviluppato osservando colleghi sul lavoro o i propri familiari in passato, creando a loro volta le basi per rinforzare questi comportamenti (se premiati).

Gli effetti del workaholism possono invece riguardare la sfera:

  • Psicologica, con un ridotto benessere psicologico e felicità percepita;
  • Familiare, in quanto lo stress lavorativo finirà per riversarsi in famiglia, alla quale verrà anche dedicato meno tempo, adesso assorbito dal lavoro;
  • Fisica, con problemi del sonno/insonnia, difficoltà a svegliarsi, fatica e stanchezza sul lavoro.

Vedi anche: straining.

Sintomi di un Workaholic

Il fatto che tra work addiction e workaholism ci siano molti punti di contatto ha fatto sì che si parlasse di sintomi in entrambi i casi. In realtà, è bene sottolineare che più che di sintomi dei workaholic bisognerebbe parlare di caratteristiche. Il problema è che queste sono a loro volta legate al tipo di definizione utilizzata (e come abbiamo capito, ne sono state costruite diverse). Tuttavia, Clark, Smith e Hayes, per costruire uno strumento di misura per il workaholism, hanno analizzato la letteratura sul tema, rintracciando così tutti quegli elementi comuni alle varie definizioni.

Si faccia attenzione, però, perché nessuno di questi elementi persistenti da solo è sufficiente a individuare un workaholic. Infatti, secondo questi ricercatori in realtà il workaholism è un costrutto multidimensionale. A ciò bisogna aggiungere che queste caratteristiche possono essere a loro volta influenzate dal contesto/situazione in cui ci si ritrova a lavorare.

Le dimensioni che individuano sono: motivazionale, cognitiva, emotiva e comportamentale. Approfondiamole.

Motivazione

Il workaholic non è spinto a lavorare da un capo esigente o da una situazione economica difficile. Però abbiamo visto che non si tratta nemmeno di motivazione intrinseca (tipica invece dell’engagement). Allora di che si tratta?

La SDT descrive ben 4 tipologie di motivazione estrinseca, le quali si collocano lungo un continuum in base al tipo di regolazione e al grado di controllo percepito:

  1. Regolazione esterna – derivante da aspetti esterni (il capo, i soldi, ecc.), spinge le persone ad agire per ottenere un premio o per evitare una punizione;
  2. Introiezione – la fonte della motivazione non è più esterna, ma è dovuta a un conflitto interiore (orgoglio, colpa, ecc.);
  3. Identificazione – il conflitto diminuisce perché la persona riconosce la bontà di quel comportamento, ma non c’è piacere nello svolgimento di queste attività (per esempio andare a correre per questioni salute nonostante non si abbia voglia);
  4. Integrazione – il conflitto è azzerato, tanto che si parla di motivazione estrinseca auto-determinata.

Come è facile intuire (e com’è confermato dalle ricerche), il workaholic avrà una regolazione introiettata.

Cognitiva

I pensieri in merito al lavoro sono intrusivi, legati a preoccupazioni e che non possono essere allontanati e quindi presenti anche quando non fisicamente presenti sul luogo di lavoro: siamo di fronte a ruminazione e ossessioni.

Vedi anche: bias ed effetto Dunning-Kruger.

Workaholic
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Emotiva

I workaholic avvertono emozioni negative quando non lavorano o gli viene impedito di farlo. Queste persone sentono che “dovrebbero essere a lavoro in questo momento”, vivendo sensazioni di frustrazione, ansia, colpa e rabbia. 

Comportamentale

Di sicuro non stupirà sapere che i workaholic spendono tanto tempo ed energie sul lavoro. Lavorano cioè oltre ciò che è richiesto e ci si aspetta. Per esempio, possono passare il proprio tempo libero a lavorare.

In questo senso, è bene fare attenzione a un potenziale uso pervasivo degli strumenti informatici, che facilitano lo sconfinamento del lavoro verso il dominio familiare. Questi dispositivi (smartphone, computer portatili, ecc.) potrebbero generare tecnostress, definito da Ragu-Nathan e colleghi come:

«[…] stress vissuto dagli utenti di un’organizzazione come esito dell’uso della propria tecnologia informatica»

La pandemia ci ha mostrato come specialmente per chi lavora in smart working il confine tra tempo libero e lavorativo rischia di diventare più sfumato, rendendo i workaholic individui potenzialmente maggiormente esposti a tecnostress.

Inoltre, come hanno mostrato Paola Spagnoli e colleghe, una leadership autoritaria può peggiorare la situazione, inducendo i collaboratori che lavorano da remoto a sfruttare i dispositivi tecnologici per continuare a lavorare oltre il normale orario lavorativo. La distanza sembrerebbe infatti aumentare la percezione di un capo che prende le decisioni in maniera unilaterale.

E a pagarne le conseguenze sembrano essere maggiormente le donne.

Vedi anche: sessismo.

Come Aiutare un Workaholic

Come sempre, il miglior modo per aiutare una persona è darle gli strumenti necessari affinché non si manifesti una determinata condizione. Detto altrimenti, ancora una volta, la parola chiave è prevenzione.

I medici del lavoro possono ricoprire un ruolo fondamentale nella prevenzione del workaholism, avendo la possibilità di effettuare visite periodiche e di sensibilizzare le aziende sul tema. Tuttavia, come è facile intuire, non è possibile rimuovere del tutto la causa di questa condizione, come invece avviene in situazioni simili. Quindi è utile agire preventivamente per evitare che le persone diventino workaholic (per un approfondimento sulle tipologie di prevenzione, vedi stress lavoro correlato).

Cossin, Thaon e Lalanne hanno analizzato la letteratura recente alla ricerca di una serie di strategie preventive da mettere in atto per contrastare l’insorgere o il peggioramento del workaholism. Vediamo insieme quali.

Primaria: Prevenzione in Azienda e in Famiglia

Come prevenzione primaria, si può intervenire sul contesto e le pratiche lavorative così come sulla promozione di una maggiore consapevolezza, favorendo comportamenti utili a migliorare il proprio work-life balance. Infatti, attività lavorative svolte durante il tempo libero, sembrano essere associate a una maggiore possibilità di diventare workaholic.

Le famiglie possono aiutare i propri cari, troppo coinvolti nella sfera lavorativa, incoraggiandoli a godere del proprio tempo libero con la famiglia stessa. In questo modo, questi lavoratori avranno modo di recuperare più facilmente le energie e staccare più facilmente da lavoro. Questo stacco può accadere in particolare durante le ferie.

Tutto ciò si spiega grazie al modello job demands-resources (JD-R) evidenziando come un alto carico di richieste lavorative (demands) e un basso livello di risorse siano precursori di workaholism:

  • Richieste lavorative – nonostante i periodi di vacanza possano essere utili a staccare, se non c’è una riduzione delle richieste lavorative, i workaholic verosimilmente torneranno alle vecchie abitudini, una volta tornati in ufficio
  • Risorse – come abbiamo visto, è possibile aumentare le risorse sociali della persona grazie al ruolo della famiglia, ma anche dei propri manager, attraverso dei feedback adeguatamente restituiti.

Va da sé, inoltre, che le aziende dovrebbero applicare sistemi di ricompensa che valorizzino il fatto di lavorare con un buon rapporto efficacia/efficienza, non il lavorare tanto.

Vedi anche: retention.

Workaholic Come aiutare
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Secondaria: Prevenzione con Screening Precoce

L’ottica da usare nella prevenzione secondaria sarà quella di effettuare uno screening precoce di comportamenti e/o abitudini da potenziale workaholic. Per esempio, passa un tempo eccessivo a lavorare? Controlla e/o invia e-mail in tarda notte? Il tipo di lavoro è congruente con il monte ore passato a lavorare?

Inoltre, sviluppare capacità di coping attraverso training sulla gestione dello stress, sullo sviluppo di autostima e resilienza e più in generale di autogestione possono risultare utili.

Vedi anche: soft skill e procrastinazione.

Anche praticare la mindfulness e più in generale tecniche di rilassamento possono aiutare a contrastare gli aspetti emotivi e cognitivi del workaholism (oltre a permettere di estendere i benefici delle vacanze una volta di rientro a lavoro).

Terziaria: Prevenzione con Riabilitazione

In certi casi potremmo ritrovarci a situazioni già conclamate di disagio. È comunque possibile cercare di sostenere i nostri cari facendo riferimento alla prevenzione terziaria, che punta ad aiutare i workaholic a:

  • riprendersi dalle conseguenze negative;
  • ricostruire abitudini lavorative sane;
  • evitare ricadute.

In quest’ottica, oltre a cercare di applicare laddove possibile tutte le strategie di prevenzione primaria e secondaria già citate, può essere utile ricorrere a:

  • interventi specialistici, come quelli cognitivo-comportamentali (indirizzati sui pensieri irrazionali che soggiacciono agli stati emotivi negativi) o di psicologia positiva (concentrandosi sui punti di forza e non sulle carenze della persona) e altro ancora;
  • training di rilassamento, come quello muscolare, volto a stimolare la consapevolezza di tensioni e al tempo stesso stimolando sensazioni positive;
  • associazioni dedicate, quali i Workaholics Anonymous (presenti in molti Paesi, ma non in Italia, purtroppo).

Va da sé che tutte queste ipotesi di intervento vanno poi calate nel contesto specifico e facendo riferimento alle caratteristiche della persona coinvolta. È dunque importante rivolgersi a professionisti in grado di rintracciare le strategie di intervento più opportune, creando inoltre una rete di supporto per la persona in difficoltà.

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