Procrastinazione: Significato, Psicologia, Test

Procrastinazione: qualcosa che prima o poi tutti abbiamo fatto, qualcosa di cui tutti ci siamo pentiti almeno una volta. E allora cosa ci spinge – nonostante le migliori intenzioni – ad agire contro i nostri stessi interessi rimandando ciò che dovremmo fare (e alla svelta)? E se non fosse sempre qualcosa di negativo? Procrastiniamo tutti allo stesso modo? Cerchiamo di rispondere a queste domande.

Significato di Procrastinazione

Come vedremo, il termine procrastinazione può assumere significati diversi in base al tipo di approccio al che decidiamo di utilizzare: per esempio, può essere intesa come qualcosa di dipendente dal contesto (approccio situazionale) o come tratto di personalità presente in diverse situazioni (approccio della psicologia differenziale).

La mancanza di una definizione condivisa, ha portato al proliferare di diverse accezioni di “procrastinazione”. Per questo motivo, Katrin Klingsieck ha analizzato 40 anni di letteratura specialistica sulla procrastinazione, arrivando a darne la seguente definizione:

Il rinvio volontario di un’attività pianificata e necessaria e/o (soggettivamente) importante, nonostante ci si aspetti conseguenze negative che superano le conseguenze positive del rinvio.

Quando si verifica questo rinvio? Secondo Steel and Weinhardt, la procrastinazione può avvenire in tutte e 3 le fasi in cui scompongono la motivazione: decisione, pianificazione e implementazione.

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Curiosità

Sapevi che i giovani studenti (in particolare maschi sotto i 30 anni) sembrano essere più inclini a procrastinare? E che, secondo uno studio, stare sui social media durante le lezioni potrebbe essere uno dei fattori che spinge a procrastinare?

Vedi anche: internet e ragazzi e metodo di studio.

Perché Procrastiniamo?

Perché, però, dovremmo mettere in atto un comportamento che ci danneggia? D’altronde, secondo Steel:

La procrastinazione solitamente è dannosa, a volte è innocua, ma mai utile.

Da un lato, sono state avanzate spiegazioni legate alla mancanza di capacità di autoregolazione, che impedisce ai procrastinatori di mantenere le loro intenzioni iniziali. Questa spiegazione, forse valida per alcune persone, non è tuttavia sufficiente.

Alcuni ricercatori spiegano questo fenomeno sottolineando che l’obiettivo che si intende raggiungere non è un obiettivo coerente con i propri valori o bisogni personali.

Per quanto riguarda i valori, questi ultimi guidano le azioni delle persone, in quanto ci portano a giudicare le azioni altrui sulla base del fatto che queste combacino o meno con ciò che i nostri valori dettano. Dunque, ci ritroviamo con due prospettive:

  • Prospettiva del procrastinatore – se l’azione che dovremmo svolgere non è in linea con i nostri valori, questo causerà in noi dissonanza cognitiva, spingendoci a rimandare quello che dovremmo fare;
  • Prospettiva altrui – se il nostro sistema di valori tende ad attribuire le cause a disposizioni interne alla persona, allora i procrastinatori saranno giudicati negativamente (“è una persona pigra”, “preferisce uscire piuttosto che studiare”); se invece i nostri valori ci indurranno a spiegare i fenomeni attraverso le circostanze in cui le persone si trovano, allora saremo meno severi nei confronti di chi procrastina.

Per ciò che riguarda i bisogni, facciamo riferimento nello specifico a quelli indicati dalla teoria dell’autodeterminazione (self-determination theory; SDT), ovvero competenza, relazione a autonomia (vedi gamification per un approfondimento su questa teoria). La soddisfazione di questi bisogni aumenta la nostra autodeterminazione. Maggiore è l’autodeterminazione, maggiori saranno gli sforzi fatti per raggiungere l’obiettivo, evitando così comportamenti di procrastinazione.

Vantaggi della Procrastinazione

Spesso capita che anche i comportamenti apparentemente più irrazionali o svantaggiosi, abbiano vantaggi secondari nascosti (vedi anche: Bias). I vantaggi della procrastinazione rappresentano un ulteriore spiegazione del perché tendiamo a rimandare ciò che dobbiamo fare.

Secondo alcuni autori, tali vantaggi sarebbero legati ad aspetti a breve termine come minor stress e migliore salute fisica quando la scadenza è lontana nel tempo, rappresentando dunque una strategia di auto-regolazione dei propri stati emotivi negativi.

Per gli aspetti a lungo termine, se il ritardo rispetto alla scadenza è limitato, la qualità finale della prestazione erogata non è detto che ne venga inficiata. Inoltre, a volte, la procrastinazione è il risultato di una preliminare fase di pianificazione e raccolta delle informazioni, fase che può essere cruciale nell’esecuzione di un compito. E ancora, alcune persone sfrutterebbero la pressione derivante dall’avere poco tempo per lavorare in maniera non solo più veloce ed efficace, ma perfino aumentando i propri livelli di creatività, riuscendo a consegnare comunque il proprio lavoro per tempo.

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Procrastinazione Tradizionale e Rinvio Strategico

In realtà, come abbiamo visto, la definizione di procrastinazione data da Klingsieck lascia poco spazio a dubbi: non ci sono reali vantaggi a lungo termine. Quelli che sembrano tali, semplicemente non possono essere classificati come procrastinazione, ma come qualcosa di diverso, che prende il nome di rinvio strategico (strategic delay). Le persone che fanno ricorso all’una o all’altro si differenziano dal punto di vista affettivo, cognitivo e comportamentale.

Il procrastinatore tradizionale è quello tipicamente inteso. Si tratta di persone che non vorrebbero procrastinare, ma una bassa autoefficacia percepita fa sì che si rimandi l’inizio delle attività, posponendo la decisione, finendo per agire lentamente e senza perseveranza, provando a schivare il problema con strategie di coping di evitamento. Motivati solo estrinsecamente, l’avvicinarsi della scadenza genera in loro stress e pessimismo (in particolare sui risultati che si possono ottenere). Così, finiscono per auto-sabotarsi, aumentando le proprie probabilità di non portare a termine un determinato compito o di eseguirlo male. Tale fallimento a sua volta genererà stress, senso di colpa, vissuti depressivi e più in generale una scarsa soddisfazione per la propria vita.

Chi ricorre al rinvio strategico, invece, prende decisioni in tempi utili ma – sul momento – non agisce per concentrarsi piuttosto su compiti più urgenti e/o importanti. Queste persone avvertono come una sfida il raggiungimento del risultato in poco tempo. Dunque, sicuri delle proprie capacità e ricorrendo a strategie di coping orientate al compito, agiranno in modo perseverante, facendo tutto ciò che serve pur di completare ciò che devono fare entro i tempi stabiliti.

In sostanza, rispetto alla procrastinazione, mancano 3 caratteristiche:

  • Il rinvio non è superfluo né irrazionale;
  • Se si prevedono potenziali conseguenze negative, non si mette in atto il rinvio;
  • Il rinvio non è seguito da disagio soggettivo o altri effetti spiacevoli.

Procrastinazione in Psicologia

La procrastinazione in psicologia è stata studiata attraverso 4 approcci: l’approccio della psicologia differenziale, l’approccio situazionale, l’approccio della psicologia motivazionale e quello della psicologia clinica. Vediamo assieme.

  • Psicologia differenziale – la procrastinazione viene intesa come un tratto di personalità, che risulta legato a bassi livelli di coscienziosità e alti di nevroticismo, con alti livelli di perfezionismo e bassi di autostima e ottimismo.
  • Approccio situazionale – la procrastinazione sarebbe stimolata da determinate circostanze quali le caratteristiche, la gradevolezza e la plausibilità del compito, il grado di autonomia, ecc.
  • Psicologia motivazionale – la procrastinazione è un problema motivazionale che porta a un gap tra intenzione e azione, per cui sarebbe meno probabile procrastinare se si dispone di un’alta motivazione intrinseca, locus of control interno, autoefficacia percepita, ed esperienza flow.
  • Psicologia clinica – si occupa dei livelli clinicamente rilevanti di procrastinazione, studiandone le correlazioni con aspetti negativi quali depressione, ansia e stress e anche con condizioni quali l’ADHD.

Ovviamente, non bisogna intendere questi approcci come compartimenti stagni mutuamente escludentesi, perché – al contrario – le sovrapposizioni tra di essi sono considerevoli. Anzi, non si può non auspicare una visione integrata che contempli tutti gli approcci possibili.

Psicologia del Lavoro e Procrastinazione

La Psicologia del lavoro si è interessata solo in tempi relativamente recenti alla procrastinazione, soffermandosi sugli effetti che ha sul luogo di lavoro. Intervenire su comportamenti di procrastinazione può influire positivamente sulle prestazioni individuali ma anche (conseguentemente) sull’efficienza organizzativa. Infatti, la procrastinazione sul luogo di lavoro sembra avere diverse conseguenze negative, tra cui il consumo di tempo (che è una risorsa limitata) o performance al di sotto delle proprie reali capacità.

Cosa scatena, dunque, la procrastinazione a lavoro? Questo fenomeno può essere in parte spiegato dai già citati tratti di personalità. Chi è dunque affetto da una generale tendenza a procrastinare (in special modo nel rimandare le decisioni), lo farà anche nei luoghi di lavoro. A ciò si aggiungono anche fattori contestuali legati al tipo di lavoro svolto, che può indurre a procrastinare se genera insoddisfazione o noia. Inoltre, una situazione lavorativa in cui non è possibile ottenere una promozione (Hierarchical Career Plateau; HCP) può demotivare, frustrare e stressare una persona, inducendo infine comportamenti di procrastinazione. D’altronde, è una situazione inevitabile per molti, se consideriamo le strutture organizzative come una piramide, in cui i posti al vertice si riducono quanto più si sale in alto.

Procrastinazione
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Test sulla Procrastinazione

La varietà di concettualizzazione della procrastinazione ha portato al proliferare di diverse scale di misura. Per cercare di risolvere questo problema, Steel ha proposto uno strumento di misura unico che raggruppasse gli item (le affermazioni o domande sulle quali ci si esprime) più significativi tra le varie scale esistenti, scelti sulla base di un’analisi fattoriale eseguita su un campione di oltre 4.000 persone.

Questo strumento prende il nome di Pure Procrastination Scale (PPS) e dispone di 12 item divisi in 3 scale:

  1. procrastinazione nella decisione (item 1-3);
  2. procrastinazione nell’implementazione (item 4-8) – particolarmente stabile tra nazioni e sottogruppi, cosa che suggerisce che si tratti di una caratteristica fondamentale nella procrastinazione;
  3. tempestività/ritardo (item 9-12) – varia in base alla nazione e al fatto se il sottogruppo sia quello degli studenti o dei lavoratori, indicando che si tratta di un aspetto culturale e situazionale.

Questa scala, tuttavia, non sembra sia stata adattata al contesto italiano.

In lingua italiana esiste l’adattamento del Melbourne Decision Making Questionnaire (MDMQ) a opera Nota, Mann e Soresi, strumento che contiene una scala sulla procrastinazione.

Ricordiamo comunque che la procrastinazione non è una condizione clinica, per cui non è necessario sottoporsi a uno strumento di misura per riconoscersi come procrastinatori. Gli esiti negativi che la procrastinazione produce possono essere di per sé sufficienti e dunque spingere le persone a cercare di rimediare a questo problema, il quale può essere affrontato in diversi modi. Vediamo quali.

Strategie di Intervento

Per cercare di ridurre la propria propensione alla procrastinazione, sono state suggerite diverse tipologie di intervento. van Eerde e Klingsieck, nella loro meta-analisi ne individuano 4:

  • Training su competenze di auto-regolazione – cerca potenziare la gestione delle risorse interne (attenzione, vigilanza, emozioni, ecc.) ed esterne (ambiente lavorativo, supporto sociale, tempo, ecc.) da utilizzare per raggiungere un obiettivo. Esempi di interventi sono l’auto-monitoraggio (risorse interne) e la gestione del tempo (risorse esterne).
  • Terapia cognitivo-comportamentale – punta a individuare i pensieri disfunzionali, correggendoli tramite sostituzione di pensieri funzionali. Esempi di intervento riguardano la comprensione del proprio personale pattern di procrastinazione, oltre all’utilizzo delle tecniche di auto-regolazione già esposte (seppur inquadrate in questa specifica cornice teorica).
  • Altri approcci terapeutici – nello specifico, interventi paradossali, coherence therapy e la terapia comportamentale basata sull’accettazione (acceptance-based behavior therapy; ABBT).
    Gli interventi paradossali includono tecniche come la riduzione del tempo a disposizione o istruzioni quali “non studiare ma procrastina”.
    La coherence therapy si focalizza sulla comprensione degli aspetti emotivi della procrastinazione, vista come un sintomo di disagio emotivo.
    L’ABBT invece invita a concepire i propri pensieri negativi come qualcosa di naturale ma anche transitorio, quindi sostituibile attraverso l’esercizio ripetuto di nuovi pensieri positivi, impegnandosi in attività che si apprezzano.
  • Punti di forza e assertività – training volti a potenziare le risorse dell’individuo allo scopo di aumentare la sua autoefficacia, in modo da prevenire la procrastinazione.

I risultati sembrerebbero indicare una buona efficacia – anche a distanza di tempo – di queste tipologie di interventi, in particolare della terapia cognitivo-comportamentale (probabilmente in virtù dell’intensità della terapia).

Vale la pena sottolineare, però, che è comunque auspicabile un intervento altamente individualizzato. Ricordiamo, infatti, che i diversi sistemi di valori e le priorità nei propri bisogni, generano una considerevole diversità nei profili di queste persone, per cui un approccio generico risulterebbe poco utile.

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