Dolore: Definizione, Tipi, Dolore Cronico, Come Si Misura, Terapia

Dolore, normalmente inteso come una “spia luminosa” , in accensione per segnalarci un danno che si sta verificando nel nostro corpo. In questa prospettiva, il dolore ci consente di intervenire sull’organismo per ripristinare una normale condizione di salute.  Il dolore emerge come un sintomo, ma attenzione.  Cosa accade se persiste anche in assenza di danno, lesione o patologia attiva in corso? Il dolore si “cronicizza” e diviene esso stesso una malattia.

Ad oggi, infatti, si discute molto sullo stato di “dolore cronico”.  Esso non è esente dal forte impatto su  diverse aree della vita di un individuo: benessere fisico ed emotivo, bisogno sessuale (vedi disfunzioni sessuali),lavoro, contesto relazionale e sociale (es. gruppo), vita di coppia e familiare, insonnia ecc… . Quali ripercussioni potrebbe avere tutto ciò? Senza dubbio delle implicazioni a livello della salute psichica dell’individuo, ad esempio generando profonda tristezza e senso di impotenza, ansia (approfondisci attacchi di panico) o depressione.

Vedi anche: Ipocondria

Come fare, dunque? All’interno di questo articolo dedicato al dolore, ci soffermeremo sul fare luce rispetto alle diverse tipologie di intervento psicologico e terapeutico. Cosa si potrà scoprire? Sicuramente qualche informazione utile.  Ad esempio, come lavorare in maniera efficace sulle variabili psicologiche che mantengono o accentuano il dolore fisico. Ciò può aiutare la persona a gestire il dolore e impedirgli di interferire negativamente con la nostra qualità di vita a discapito di una felicità personale.

Consigli di Lettura

Sei insoddisfatto del tuo stile di vita? Provi un senso di frustrazione e di stagnazione? Se sei curioso di scoprire come migliorare la tua condizione attuale ecco qualche piccolo spunto di riflessione da cui partire: Come cambiare vita? 6 regole per dare una svolta

Dolore, Definizione

LInternational Association for Study of Pain (IASP), ossia l’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore,  ha elaborato una convenzionale e scientifica definizione del concetto di “dolore”.  Esso viene considerato come “un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata ad un danno tissutale, effettivo o potenziale, o descritta in termini di tale danno” (Merskey & Bogduk, 1994). All’interno di questa formale definizione del dolore, è già possibile rintracciare un aspetto di grande rilevanza. La IASP sottolinea, infatti, la necessità di separare il concetto di dolore dalla presenza assoluta ed esclusiva di uno stimolo doloroso o di un danno tissutale. Molte persone riportano dolore anche in assenza di queste condizioni e tale esperienza deve essere considerata a tutti gli effetti un’esperienza di dolore.

dolore

Questa linea teorica sposa perfettamente  il paradigma bio-psico-sociale della salute umana (Engel, 1977). Il dolore, di fatti, colpisce non solo la dimensione fisica e biologica dell’individuo che lo sperimenta, ma anche la sua sfera psicologica e sociale. Il dolore può tradursi in pensieri (leggi: “Psicologia e dominio cognitivo“), significati, emozioni , atteggiamenti e comportamenti che a loro influenzano il versante fisiologico dell’organismo. Immaginiamo un circuito chiuso che è in grado di autoalimentarsi, assumendo una valenza negativa e spesso distruttiva. L’esperienza del dolore, quindi, è una condizione che investe globalmente la persona.

Dolore, Funzione Distruttiva o Adattiva?

Il dolore viene generalmente concepito in una visione negativa, come sinonimo di sofferenza. Eppure, il dolore insegna a schivare situazioni pericolose, poiché spinge a ritrarsi di fronte a stimoli dannosi. Il campanello d’allarme del dolore, ad esempio, ci fa stare a riposo quando una parte del nostro corpo è ferita. In questo senso, l’esperienza del dolore (non patologico o cronicizzato) risulta fondamentale per la vita. L’argomento più convincente a sostegno di questa tesi è il fatto che solo in casi rarissimi l’uomo nasce senza possedere la capacità di percezione del dolore. Queste persone vivono in costante pericolo, proprio perché non possono rendersi conto se si stanno danneggiando o meno.

Prendiamo in esame il caso di una giovane donna canadese, nata con una mancata sensibilità agli stimoli dolorosi. Non mostrava altri deficit sensoriali e, in aggiunta, vantava un’acuta intelligenza. Nonostante fosse state precocemente edotta su come evitare situazioni dannose, la donna sviluppò una progressiva degenerazione delle articolazioni e delle vertebre. Ciò condusse a seguenti deformazioni scheletriche e infezioni. La giovane morì all’età di soli 28 anni.

 Dobbiamo quindi riflettere su una considerazione importante: una vita senza dolore non è certo un dono del cielo!

Alle volte il dolore fisico può essere autoinflitto di proposito per ridurre il malessere interiore. Per saperne di più: Autolesionismo: Cause e Come Guarire

Tipi di Dolore

Nel corso dello scenario storico degli ultimi 40 anni, sono stati elaborati e teorizzati diversi sistemi di classificazione del dolore. L’obiettivo di base è sempre stato quello di riuscire a favorire, nel modo più preciso ed efficace, una diagnosi.

tipi di dolore

In base all’Origine

Da un punto di vista eziopatogenetico, prendiamo in considerazione l’ origine e i processi patofisiologici sottostanti.  È possibile, così, operare una prima differenziazione del dolore come segue.

  • Nocicettivo (o neurogeno). Causato da lesioni, disfunzioni o perturbazioni transitorie del sistema nervoso periferico o centrale. Il dolore nocicettivo comporta l’attivazione diretta dei recettori della nocicezione o nocitettori. A seconda della localizzazione, il dolore viene suddiviso in somatico superficiale, somatico profondo e viscerale.
Lo Sapevi Che?

I nocitettori sono quelle terminazioni nervose capaci di segnalare che il tessuto del corpo è stato danneggiato o potrebbe essere danneggiato. La parola “nocicettore” deriva dal latino “nocere”, che significa appunto “nuocere”. Esistono diversi tipi di nocicettori:

–  meccanici, mostrano una risposta selettiva di attivazione per una forte pressione;

termici, si attivano per uno stimolo di calore bruciante o freddo estremo;

chimici, manifestano risposte selettive per sostanze chimiche;

polimodali, rispondono a stimoli meccanici, termici e chimici.

Altri Tipi di Dolore in base all’ Origine

  • Neuropatico. Causato o innescato da lesioni o disfunzioni del sistema nervoso (centrale o periferico). Il dolore neuropatico è considerato patologico, in quanto perde la funzione adattiva e può slegarsi dalla lesione iniziale al punto da instaurare una patologia da dolore cronico.
  • Psicogeno. Esso è attivato da centri neuralichiamati pain network o neuromatrix. Queste “stazioni” del nostro cervello sono in grado di evocare l’esperienza spiacevole che noi attribuiamo al dolore, anche in assenza di uno stimolo effettivamente dannoso. Si tratta di un meccanismo che funziona per suggestione, che induce questi centri ad attivarsi dando come risposta finale il sintomo: dolore.
Lo Sapevi Che?

Il fenomeno alla base della manifestazione del dolore psicogeno prende il nome di “effetto nocebo. Recenti studi e ricerche condotte in questo campo specifico delle Neuroscienze hanno dimostrato come alcuni casi di cefalee, dolori addominali o altri disturbi trovano una facile risoluzione attraverso la semplice assunzione di placebo (ossia un finto farmaco che però il paziente crede effettivo).

  • Misto. Questo stato di dolore prevede la manifestazione contemporanea di tutte le altre componenti precedentemente descritte.

In base all’Esperienza e Durata

Diversamente, utilizzando come criteri la durata dell’esperienza dolorosa e il suo valore adattivo, si possono differenziare due tipi di dolore.

  • Dolore acuto: dura alcuni secondi ed è strettamente connesso allo stimolo doloroso. Induce una risposta di fuga, semplice o complessa, volta ad interrompere il contatto con lo stimolo doloroso e preservare l’organismo da ulteriori traumi tissutali; spesso è di tipo nocicettivo, ma può anche originarsi da lesioni al sistema nervoso. Tale dolore si accompagna ad una esperienza emotiva e cognitiva spiacevole.
  • Dolore cronico: dura mesi o anni e comunque oltre il tempo previsto per la risoluzione dell’evento dannoso. È una tipologia di dolore che comporta alterazioni non solo sensoriali, ma anche cognitive ed emotive. Se da un lato include fenomeni come l’iperalgesia e l’allodinia, dall’altro induce stati di ritiro sociale, apatia e mancanza di piacere. Questa costellazione di sintomi non ha, quindi, un significato evolutivo. Il dolore cronico può essere di tipo nocicettivo ma anche neuropatico, oltre che essere causato sia da un danno tissutale sia da un fattore apparentemente ignoto.
Curiosità

Con il termine allodinia si fa riferimento ad una particolare sensazione dolorosa causata da uno stimolo innocuo. Esso, normalmente, non dovrebbe innescare nessun tipo di reazione dolorosa. L’iperalgesia, invece, consiste in una condizione di eccessiva sensibilità al dolore. Essa è causata da una lesione dei nocicettori o dei nervi del sistema nervoso periferico. Si manifesta in presenza di stimoli dolorosi, sebbene con una risposta di ipersensibilità rispetto ad essi.

Dolore Cronico

Il dolore cronico risulta sensibile a fattori ambientali e affettivi che possono esacerbarne e perpetuarne l’intensità e la durata. Se la durata e l’intensità raggiungono livelli tali da frammentare la vita del soggetto questo può andare incontro ad una “sindrome da dolore cronico”. Essa è caratterizzata da una preoccupazione costante per il funzionamento del corpo, che induce la persona a ricercare immediato e continuo sollievo dal dolore abusando di farmaci, cure mediche e sostanze.

cronicità esperienza dolorosa

Il concetto di sofferenza, a questo punto, rappresenterebbe un aspetto imprescindibile sia per la ricerca sia per la clinica. Ricongiungendo la dimensione psicologica a quella sensoriale-nocicettiva, gli attuali paradigmi del dolore conferiscono piena dignità alla sofferenza personale e al vissuto soggettivo. Si rende, pertanto, necessaria l’implementazione nell’odierno paradigma del dolore di diverse variabili psicologiche. Queste rappresenterebbero le cognizioni, i vissuti emotivi e gli stili di coping sul piano comportamentale del paziente con dolore cronico. Egli, infatti, pur dinnanzi alla scomparsa del sintomo fisico doloroso continuerà a lamentarsi. Nella mente del paziente ospedalizzato, ad esempio, il concetto di dolore come sintomo e dolore come condizione di malattia (sofferenza) sono fusi tra loro e risultano interscambiabili. Il dolore può diventare, in questo caso, una “finestra di comunicazione che reclama attenzione, empatia, cura e affetto da parte del paziente.

Come si Misura il Dolore?

Abbiamo già sottolineato come il dolore sia un’esperienza individuale e soggettiva. Senza dubbio entrano in gioco variabili biologiche, metaboliche e immunologiche. Ma non solo! Ribadiamo che il nostro sistema di credenze, emozioni e comportamenti rispetto all’esperienza dolorosa assumono una certa rilevanza. Anche nel caso della comunicazione di una diagnosi alla famiglia, come nel caso di disabilità infantile, entra in gioco un dolore di tipo mentale.

Consigli di Lettura

Ecco una review approfondita e dettagliata sui metodo neurofisiologici per la misurazione de dolore: Neurophysiological evaluation of pain

In linea generale, ad oggi risultano di grande impiego alcune Scale Cliniche per valutare lo stato di dolore percepito di una persona. Tra quelle più gettonate vi sono: la Visual Analogical Scale (VAS) e la Numerical Rating Scale (NRS).

Terapia del Dolore e Psicologia

Attraverso la lettura dei precedenti paragrafi risulta chiaro, a questo punto, come la concezione del dolore cronico sia stata protagonista di diverse evoluzioni nel corso del tempo.

Fino all’incirca agli anni ’60, il dolore veniva inquadrato sotto un profilo puramente fisiologico e organico. Si trattava, quindi, di una patologia primariamente medica. Per tale ragione, la cura del dolore richiedeva interventi di natura esclusivamente farmacologica. Eppure tali interventi si sono spesso dimostrati inefficaci! Per quale ragione? Non si è dato il giusto peso alla dimensione psicologica della persona durante la sua esperienza di dolore cronico.

Così, intorno alla seconda metà del ‘900, un cospicuo numero di psicologi iniziò ad interessarsi all’analisi, allo studio e al trattamento del  dolore cronico. I più importanti ricercatori e clinici dell’epoca iniziarono a sviluppare strategie di intervento, al fine di migliorare la gestione del dolore da parte dell’individuo che ne fosse affetto. Si comprese l’importanza di consentire alla persona di unire le proprie risorse e sviluppare resilienza! Questo intervento contribuì, senza dubbio, ad un rinnovamento del paradigma scientifico sulla salute: si passò dal modello biomedico al modello bio-psico-sociale, come accennavamo ad inizio articolo.

dolore e fattori emotivi, sociali e relazionali

Giunti a questo punto, passiamo brevemente in rassegna alcuni tra gli interventi terapeutici di matrice psicologica. Saranno presentati quelli ritenuti in letteratura tra i più validi nel trattamento del dolore cronico.

Curiosità

In alcuni casi l’ipnosi e la realtà virtuale risultano efficaci.

Cognitive-Behavioral Therapy (CBT)

La Cognitive-Behavioral Therapy (CBT), in italiano Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, ha mostrato dei buoni risultati di efficacia nel corso del tempo. Tale approccio presenta due target principali di intervento: da un lato le credenze e i pensieri disfunzionali, dall’altro i comportamenti messi in atto durante la condizione di malattia. L’obiettivo terapeutico del trattamento cognitivo-comportamentale non è chiaramente quello di debellare la sensazione di dolore, ciò non sarebbe fattibile! Al contrario, quello di insegnare al paziente che soffre di dolore cronico un nuovo repertorio di risposte cognitive e comportamentali al dolore, per aumentare il controllo soggettivo si di esso e il bagaglio di emozioni negative che ne conseguono.

“È importante che i pazienti apprendano una nuova concettualizzazione del dolore, spostando l’interesse da un modello di controllo prettamente sensitivo-fisiologico al modello cognitivo-emozionale”

Zanus, 2008

Acceptance and Committment Therapy (ACT)

L’Acceptance and Committment Therapy (ACT) assume che ogni evento, interno ed esterno alla persona, abbia un significato in base al contesto in cui si verifica. Questo approccio al centro il concetto di flessibilità psicologica, intesa come la capacità di restare in contatto con l’esperienza interna, piacevole o spiacevole. Secondo McCracken e Morley (2014), l’ACT si dimostra utile rispetto al trattamento psicologico del dolore cronico. I pazienti con questo tipo di condizione sono frequentemente sottoposti a sensazioni aversive costanti, sulle quali hanno uno scarso grado di influenza. Paradossalmente, i continui tentativi di controllo del dolore possono diventare maladattivi. Quando? Soprattutto se causano effetti collaterali indesiderati o impediscono la messa in atto di azioni in linea con i valori personali, ad esempio in ambito familiare o lavorativo. Infatti, la letteratura indica come impegnarsi nella modifica del dolore cronico spesso esacerbi la sofferenza conducendo a maggiori livelli di stress.

Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR)

Il Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) , ad opera di Kabat-Zinn, è un protocollo basato sulla Mindfulness.

Consigli di Lettura

Cos’è la Mindfulness? Per approfondire l’argomento ti consigliamo la lettura di questo nostro articolo specifico sul tema: Mindfulness: Traduzione e Significato, Cervello, Pratica ed Esercizi, Terapia

Il MBSR si dimostra uno dei trattamenti più efficaci per patologie con dolore cronico. Con il tempo, rielaborato e adattato anche per condizioni oncologiche e malattie coronariche. Così come per disturbi d’ansia e depressione. Il MBSR ha durata di due mesi. I partecipanti apprendono, in sessioni di gruppo guidate, una serie di esercizi. Essi vengono praticati per almeno 45 minuti, sei volte alla settimana, durante le diverse situazioni della vita quotidiana.

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