Violenza, una forma di abuso.

Abusare di cosa? Tutto ciò che spinge un essere umano a cedere alla tentazione di potere e controllo.

La violenza può assumere le vesti di sopruso fisico, sessuale, psicologico o economico. La sua natura può essere assistita o anche di tipo religioso. Vedi anche: sex offender

Ma una persona che manifesti violenza nei suoi comportamenti è tale dalla nascita? Oppure vi sono delle circostante tali per cui la violenza possa essere appresa?

violenza fisica

All’interno dell’articolo di questa sezione di Psicologia Sociale, dedicato all’Esperimento di Milgram, abbiamo appurato come l’obbedienza di un individuo a un’autorità possa spingerlo a commettere atti di violenza su un terzo individuo, senza sentirsene responsabile e senza sentire di potersi opporre a ciò che l’autorità chiede.

Potrei diventare anch’io capace di violenza e cattivo? Se ci soffermassimo su questo grande e intricato interrogativo potremmo chiedere supporto di risposta alla ricerca sperimentale, condotta nell’ambito della Psicologia Sociale.

Procediamo attraverso l’esposizione del famoso Esperimento di Zimbardo, noto anche con il nome Esperimento carcerario di Stanford.

Vedi anche: Conflitto: Definizione, Tipi, Cause, Conseguenze e Risoluzione

Violenza, Esperimento di Zimbardo

L’esperimento di Milgram aveva lo scopo di studiare il cambiamento individuale, in termini di cattiveria, odio e violenza comportamentale inflitta, solo davanti a un’autorità.

Cosa accade nell’Esperimento di Zimbardo? Noto anche come Esperimento Carcerario di Stanford progettato e portato avanti da Philip G. Zimbardo, celebre psicologo sociale di origini siciliane.

Qui i soggetti dello studio, tutti studenti, hanno dovuto rivestire i panni di guardie carcerarie e di prigionieri in un finto carcere appositamente allestito nell’Università di Stanford.

carcere di stanford

Vedi anche: Comunicazione: Definizione, Elementi, Assiomi e Stili e Comunicazione Assertiva: Significato, Auto-affermazione, Esempi, Esercizi e Training

Curiosità

A differenza dell’Esperimento di Milgram però, nell’Esperimento di Zimbardo vediamo come non sia necessaria la presenza o l’opinione di un’autorità per far sì che un individuo trasformi la sua natura in modo così profondo.

Poniamo attenzione ad una premessa fondamentale.  Gustave Le Bon, studioso francese del comportamento sociale, gli individui di un gruppo coeso che costituiscono una folla, una massa, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando quindi i loro impulsi antisociali, di violenza e più primitivi.

Questo processo è chiamato “processo di deindividuazione” ed è ciò che Zimbardo ha voluto analizzare nel  nel 1971, nel suo Esperimento Carcerario di Stanford.

Curiosità

L’Esperimento di Zimbardo è stato realizzato a 10 anni esatti dall’esperimento di Milgram.

Scopo dell’Esperimento di Zimbardo

L’indagine esplorativa si proponeva di valutare quanto le caratteristiche esterne di un contesto istituzionale, come un carcere, potessero prevalere sui fattori disposizionali di coloro che agivano in quell’ambiente ad esempio attraverso manifestazioni di violenza. In altre parole, Zimbardo voleva capire come, quanto e se delle persone, scelte tra le più docili, mentalmente sane, indisposte alla violenza, potessero trasformare la propria natura in una situazione di gruppo.

Vedi anche: Stereotipo: Significato, Funzione, Stereotipo e Pregiudizio, Discriminazione

I 24 studenti maschi, scelti per l’esperimento, affrontarono precedentemente dei colloqui per poter accertare che non avessero avuto precedenti penali o di violenza, problemi di salute o un carattere rabbioso. Ad esempio troppo impulsivo, tendente alla violenza.

Tutti i soggetti, tranne uno, dichiararono che avrebbero preferito essere dei “carcerati” piuttosto che “guardie”.

Curiosità

La divisione dei ruoli fu fatta attraverso un sorteggio.

Durante l’Esperimento di Zimbardo

Nei primi momenti dall’apertura del Carcere di Stanford, tra i soggetti vi era un generale senso di imbarazzo e di divertimento. Erano consapevoli di recitare solo un ruolo, di non essere colpevoli di alcun reato, di essere liberi di andarsene quando avrebbero voluto.
Con il primo cambio di turno di guardia, le cose iniziarono a prendere una diversa direzione.
Le guardie, 3 per ogni turno. Si contrapponevano ai 12 carcerati sempre presenti.

Curiosità

Gli sperimentatori osservavano e ascoltavano i partecipanti attraverso telecamere e microfoni, 24 ore su 24.

Violenza e Aggressività

I soggetti che avevano assunto il ruolo di guardia iniziarono a comportarsi con lieve atteggiamento di violenza e prepotenza verso i carcerati. Come se in qualche modo fosse cambiata la loro personalità. Una buona parte della popolazione in carcere soffre di Disturbo Antisociale di Personalità, caratterizzato da aggressività e non rispetto delle norme.

Vedi anche:

Questi ultimi, in un primo momento, cercarono di opporsi! Soprattutto i soggetti delle celle 1 e 2. Tra il secondo e il terzo giorno i carcerati tentarono persino di innescare  una rivolta contro le guardie! Con lo scopo di fuggire dal carcere e guadagnarsi la libertà. Le guardie, in risposta agli atteggiamenti dei detenuti, appesantirono i momenti di umiliazione, arrivando persino a costringere i carcerati a simulare in coppie un rapporto omosessuale.

Altri esempi terribili di costruzioni furono quella di obbligare a defecare in latrine che non potevano svuotare e che dovevano pulire a mani nude, costringendoli a svegliarsi durante la notte per cantare canzoni oscene, fare flessioni, offendendo di continuo i detenuti anche senza un vero motivo. Le guardie cercarono di spezzare i legami di solidarietà che si erano instaurati tra i detenuti, persino legando uno di loro fino a immobilizzarlo. Rinchiusero molti dei detenuti più ribelli in uno sgabuzzino buio, per ore. Per farla breve, fu spazzata via ogni forma di empatia umana.
I carcerati della cella 4 erano quelli più passivi e sottomessi, più obbedienti. Erano convinti di essere davvero in un carcere, e che avessero commesso qualche crimine. Uno di loro fu obbligato a imprecare nonostante i suoi continui tentativi nello spiegare che era contro la sua morale.

Il Ruolo di Zimbardo

Zimbardo e i suoi colleghi rivestivano il ruolo di direttori del carcere. Organizzarono un colloquio con ogni detenuto dove si sarebbe decisa la persona da rilasciare. Ai carcerati fu chiesto di scrivere una lettera in cui spiegassero perché avrebbero dovuto avere il diritto di tornare a casa. Molti di loro, durante il successivo colloquio, apparsero estremamente convinti di essere detenuti colpevoli, molti espressero il volere di voler uscire dal carcere perché le condizioni in cui si trovavano erano disagiate. Nessuno di loro, però, chiese di tirarsi fuori dall’esperimento, nonostante fossero liberissimi di farlo.

Risultati dell’Esperimento di Zimbardo

L’esperimento, della durata di 14 giorni, fu terminato dallo stesso Zimbardo dopo soli 5 giorni.

Lo stesso sperimentatore e ideatore si rese conto che ciò che stava avvenendo sotto i suoi occhi aveva superato ogni limite, risucchiando lui stesso in quel vortice. Fu infatti una sua collega, sua futura moglie, che, arrivata solo il quarto giorno, si rese conto che la situazione era ormai sfuggita di mano!

Con quali risultati?

Curiosità

La prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera, dichiara Zimbardo.

Assumere un ruolo istituzionale, come quello della guardia carceraria, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, ovvero si giunge a quella “ridefinizione della situazione” che fu il risultato dell’esperimento di Milgram.

Violenza e Deindividuazione

Il processo di deindividuazione induce anch’esso a una perdita di responsabilità personale. La ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni indebolisce il senso di colpa, la vergogna, la paura. Così come i processi che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo. L’individuo pensa che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo. Tutto questo, senza il bisogno di un’autorità presente. E’ la presenza del gruppo, della massa, che fa sì che un individuo si trasformi in tal modo.

Violenza innata o acquisita? Cattivi si diventa?

gruppo violento

Violenza, Conclusioni

Possiamo, sulla base di quanto detto e preso in esame fino a questo momento, rispondere che violenti e cattivi si diventa. E spesso, inconsapevolmente.
Nel gruppo si è ciechi, si cambia, ci si distacca dalla realtà, dalla persona che siamo, dai valori che abbiamo. E può succedere ad ognuno di noi.

L’importanza e l’attualità degli studi di Zimbardo e di altri ricercatori, sarebbe dimostrata dalle vicende riguardanti le torture cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella Prigione di Abu Ghraib, ad opera di militari statunitensi, durante l’occupazione militare dell’Iraq, iniziata nel 2003. Le immagini diffuse dai media, che ritraggono le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri, risultano drammaticamente simili a quelle prodotte durante l’esperimento dell’Università di Stanford.

Spunti Per Riflettere

La teoria della deindividuazione non ha soltanto il suo lato tragico e distruttivo. Infatti, così come un comportamento negativo può influenzare i componenti della massa, anche un comportamento positivo ha lo stesso effetto.

positive

In qualche modo, potrebbe essere visto come un espediente, per il singolo, utile nel dare una svolta al proprio stile di vita relazionale, in termini positivi.
Possiamo pensare ad esempio a chi, in una situazione pericolosa come un torrente in piena, decide di tuffarsi per salvare un gatto o un bambino che sta per annegare. Se questa persona si trova in un gruppo, un gruppo impaurito, insicuro, la conseguenza del suo gesto è portare coraggio, “svegliare” gli altri, che allora lo seguiranno e faranno lavoro di squadra per salvare una vita.

Curiosità

Di questo, e di moltissimo altro, si parla nel libro “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, scritto proprio da Zimbardo, a 30 anni di distanza dall’esperimento di Stanford.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.