Sono soltanto ragazzi, chi li capisce è bravo!
L’avvento dei telefoni cellulari, di internet anche fuori casa e dei social network ha senza ombra di dubbio cambiato profondamente la genitorialità. Marc Prensky introdusse nel 2001 l’espressione «nativi digitali» per descrivere chi cresce in un ambiente ricco di tecnologie. Non esiste però una soglia universale fissata al 1985 e «nativi digitali» non è sinonimo di «millennial». Come ricorda l’OCSE, nascere nell’era di internet non rende automaticamente competenti nella valutazione delle informazioni o nella sicurezza online.
La ricerca «Riprendiamoci l’Internet!» di Hearts & Science, presentata nel 2024, ha rilevato che l’82% dei genitori intervistati era preoccupato per la sicurezza online dei figli. La sintesi pubblicata indica che soltanto il 29% aveva adottato misure tecniche di protezione, come password sicure o antivirus. Questi dati riguardano il campione intervistato e non permettono, da soli, di giudicare le competenze educative di tutti i genitori.

Jamie, 13 anni, è accusato di aver accoltellato a morte una compagna di scuola e la polizia irrompe a casa sua alle prime ore del mattino. Dai primi interrogatori in caserma fino alle diverse perizie psicologiche, a distanza di qualche mese dal fatto, ognuna delle quattro puntate è girata in un’unica ripresa. Anche il punto di vista di chi guarda cambia molto rapidamente lungo queste quattro puntate, girate senza tagli: dall’empatia verso un ragazzino apparentemente innocente alla analisi realistica di ciò che ha fatto.
La nuova mini serie britannica, Adolescence, mette il focus su quanto l’utilizzo sregolato dei social network possa diventare rischioso per sé e per gli altri. La familiarità tecnica di bambini e ragazzi con smartphone e piattaforme non coincide automaticamente con competenze di sicurezza, privacy, interpretazione dei contenuti e gestione delle dinamiche sociali online. Partendo dal fenomeno del cyberbullismo, che molti insegnanti e genitori ancora ignorano, possiamo osservare gli effetti distruttivi su Jamie: il costante e intenso bisogno di approvazione da parte dei coetanei (e delle coetanee), porta il protagonista di questa storia agghiacciante ad annientare chi prova ad intaccare la sua reputazione. Partendo da un “semplice” commento a un post di Instagram, passato inosservato persino allo scaglionamento attento degli investigatori, si apre un’interpretazione del caso di femminicidio differente da come appariva all’inizio della storia. La vittima rimane una, Katie, strappata giovanissima alla vita.

Evitamento emotivo e mascolinità tossica
Uno degli episodi più intensi è il terzo, che rappresenta il colloquio tra Jamie e la psicologa Briony Ariston: Jamie, a distanza di qualche mese dall’omicidio, si sta preparando a fronteggiare il processo e innumerevoli perizie psicologiche. Non esistono mostri e non esistono raptus, la premessa è chiara: ogni gesto è frutto di un insieme complesso di fattori. Qui assistiamo a una vera e propria decostruzione del protagonista, pezzo dopo pezzo, attraverso una identità non ancora formata ma segnata probabilmente per sempre.
L’alternanza tra momenti in cui Jamie appare come un tredicenne qualsiasi, impaurito e tenero, a attimi di profondo terrore, chiaramente leggibile anche negli occhi della psicologa che ha di fronte. Il ragazzo cerca di prevaricare su di lei, mettendosi in piedi, sbattendo i pugni sul tavolo e alzando il tono di voce: a tratti, ricorda le manifestazioni di rabbia discontrollata di suo padre. Si possono avvertire ancora tracce dell’infanzia, mescolate a una totale assenza di strumenti e di consapevolezza per gestire le proprie emozioni. Qui possiamo osservare chiaramente la visione del ragazzo del mondo femminile, da brividi, insieme alla mancanza di modelli di comportamento: genitori e insegnanti non bastano, online avviene tutt’altro.
Mentre assistiamo al dialogo tra Jamie e la psicologa, le reazioni sono tante: passiamo dalla rabbia alla paura fino alla sofferenza, nel giro di qualche secondo. Il suo disperato bisogno di approvazione ci addolora, le conseguenze di questo bisogno suscitano in noi uno sdegno e un furore incontrollabile.

Adolescence è una serie fondamentale per chiunque cresca adolescenti e preadolescenti: La serie evita di offrirci un mostro facilmente separabile dai suoi coetanei: proprio per questo è più utile interrogare contesto, relazioni e cultura digitale che cercare una spiegazione diagnostica semplice. L’analisi delle pressioni esercitate sui giovani d’oggi, influenzati dai social, bullizzati e cyberbullizzati o bulli loro stessi, può davvero fare la differenza. Cyberbullismo, slut shaming e cultura incel sono alcune delle tematiche centrali: quanti genitori di adolescenti ne hanno mai sentito parlare? Per chi non ha avuto a disposizione un telefono cellulare con connessione internet, quanto può essere complesso comprendere i reali rischi di una esposizione sregolata?
Jamie è un misogino in erba e “simula” molto bene sia a casa che a scuola. Gli insegnanti rimangono increduli, davanti a una scuola superiore che non appare affatto sconvolta. Alcuni se lo aspettavano, altri lo trovano persino divertente. Cosa ne traiamo? Che una conversazione tra genitori e figli non può essere facoltativa, ma necessariamente strutturata, anche con l’aiuto di un “mediatore” professionista.
Adolescence, cyberbullismo e cultura digitale: integrazione dal progetto Instagram
Il carosello pubblicato da Psicocultura su Instagram nel marzo 2025 insisteva su tre piani che vale la pena tenere insieme: cyberbullismo, misoginia e distanza generazionale rispetto ai codici digitali degli adolescenti. Il punto non è che smartphone e social “producano” automaticamente violenza, ma che possono amplificare dinamiche di reputazione, esclusione, umiliazione e appartenenza già presenti nei gruppi.
Dalle nostre pubblicazioni Instagram
Le slide Instagram sono raccolte qui; le altre immagini restano nel testo originale.
Competenza tecnica e alfabetizzazione digitale non sono la stessa cosa
Saper usare rapidamente un’app non significa comprendere privacy, permanenza dei contenuti, algoritmi, manipolazione, linguaggi di gruppo o conseguenze della diffusione di immagini e commenti. La media education serve proprio a trasformare l’uso quotidiano in capacità critica.
Misoginia e sottoculture online
Adolescence ha portato nel dibattito termini come incel, manosphere e codici misogini online. È utile conoscerli senza usarli come spiegazioni totali: l’esposizione a contenuti estremi non determina da sola il comportamento di un adolescente. Contano anche relazioni familiari, gruppo dei pari, modelli di mascolinità, vulnerabilità individuali e contesto sociale.
Parlare di sessismo significa quindi osservare sia le idee esplicite sia le aspettative quotidiane su mascolinità, sessualità, status e rifiuto. La prevenzione non consiste nel sorvegliare ogni chat, ma nel costruire un linguaggio comune prima che i problemi esplodano.
Genitori: dal controllo alla conversazione
Il controllo parentale può avere una funzione, soprattutto nelle età più basse, ma da solo non crea competenza. Regole chiare, interesse reale per ciò che accade online e possibilità di raccontare un errore senza temere soltanto punizioni possono rendere più probabile che un ragazzo chieda aiuto quando viene bullizzato, ricattato o coinvolto in dinamiche che non sa gestire.
La serie è un’opera di finzione: non consente diagnosi cliniche dei personaggi né inferenze causali semplici tra uso dei social e violenza.
Fonti e approfondimenti
- OCSE – I limiti del mito dei nativi digitali.
- Hearts & Science, ricerca «Riprendiamoci l’Internet!» (2024): sintesi pubblicata.
- Netflix Tudum – Il colloquio con Briony nel terzo episodio di Adolescence.
Testo nelle immagini Instagram (7)
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Adolescence. Psicoserie.
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Non abbiamo solo un problema di mascolinità tossica ma anche di evitamento emotivo. E Adolescence, mini serie appena uscita su Netflix, ce lo mostra con una chiarezza terrificante: durissima da guardare, impossibile da ignorare.
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Jamie, 13 anni, è accusato di aver accoltellato a morte una compagna di scuola e la polizia irrompe a casa sua alle prime ore del mattino. Dai primi interrogatori in caserma fino alle diverse perizie psicologiche, a distanza di qualche mese, ognuna delle quattro puntate è girata in un’unica ripresa.
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L’analisi delle conseguenze distruttive del femminicidio è lucida: l'aumento delle violenza tra giovanissimi ha una radice sociale e generazionale. Scuola e famiglia non sono più gli unici modelli di comportamento, la realtà virtuale in cui i ragazzi sono immersi (spesso h24) ha un ruolo sempre più centrale.
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Adolescence è una serie fondamentale per chiunque cresca dei ragazzi: Jamie appare gentile e timido, non un sociopatico. Cosa si nasconde tra i post e i commenti dei suoi social network? L’analisi delle pressioni esercitate sui giovani d'oggi, influenzati dai social, bullizzati, cyberbullizzati o bulli loro stessi, può davvero fare la differenza.
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Cyberbullismo, slut shaming e cultura incel sono alcune delle tematiche centrali: quanti genitori di adolescenti ne hanno mai sentito parlare? Per chi non ha avuto fin da subito a disposizione un telefono cellulare con connessione internet, quanto può essere complesso comprendere i reali rischi di una esposizione sregolata?
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Jamie è un misogino in erba e “simula” molto bene sia a casa che a scuola: gli insegnanti rimangono scioccati, davanti a una scuola superiore che non appare affatto sconvolta. Cosa ne traiamo? Che una conversazione tra genitori e figli non può essere facoltativa, ma necessariamente strutturata.



















