Tre Ciotole, diretto da Isabel Coixet e tratto dall’omonimo libro di Michela Murgia, mette insieme due eventi che normalmente tendiamo a separare: la fine di una relazione e l’irruzione della malattia. Marta perde l’appetito dopo la rottura con Antonio; solo in seguito scopre che quel cambiamento non può essere spiegato soltanto dal dolore sentimentale. Da quel momento il film cambia prospettiva: il cibo, il corpo, il tempo e i legami assumono un significato diverso.
La dimensione psicologica più interessante non è quindi una diagnosi, ma il modo in cui una persona riorganizza la propria esperienza quando il futuro smette di sembrare scontato.
Quando la perdita di appetito non è un disturbo alimentare
Nel materiale Instagram originale la mancanza di appetito era uno dei punti più evidenti della storia. È importante però non confonderla automaticamente con un disturbo del comportamento alimentare. Una riduzione dell’appetito può comparire in moltissime condizioni fisiche e psicologiche e, nel film, diventa proprio il segnale che spinge Marta a interrogarsi sulla propria salute.
Il cibo funziona anche come linguaggio narrativo. Antonio è uno chef, mentre Marta attraversa una fase in cui mangiare perde senso. Quando la consapevolezza della malattia modifica il suo rapporto con il tempo, anche il sapore torna ad avere un valore diverso. Non è una “cura attraverso il cibo”, ma una metafora del ritorno dell’esperienza sensoriale e del desiderio.
Malattia, identità e controllo
Una diagnosi importante può mettere in crisi l’idea che abbiamo di noi stessi. Il corpo, che normalmente rimane sullo sfondo, diventa improvvisamente centrale. È facile sentirsi ridotti a pazienti, esami, prognosi e decisioni terapeutiche.
La storia di Marta è interessante perché resiste a questa riduzione: la malattia entra nella sua identità senza diventarne l’unica definizione. Il film permette così di parlare del bisogno di mantenere agency, desideri e relazioni anche quando molte cose non sono più controllabili.
Lutto anticipatorio e perdita
La parola lutto non riguarda soltanto ciò che avviene dopo una morte. Possiamo attraversare forme di lutto anche davanti alla perdita di un progetto, di una relazione, di un’immagine di noi stessi o della certezza sul futuro. Nel film queste dimensioni si sovrappongono: Marta deve rielaborare la separazione, il cambiamento del corpo e una diversa percezione del tempo.
Questo non significa che esista una sequenza universale di “fasi” da attraversare. Le reazioni alla malattia e alla perdita sono molto variabili. Rabbia, paura, sollievo, tristezza, desiderio di normalità e bisogno di parlare possono alternarsi senza un ordine prestabilito.
Rinascita non significa pensiero positivo
Parlare di rinascita davanti a una malattia grave può diventare retorico se implica che basti “reagire bene”. Tre Ciotole è più interessante quando mostra invece qualcosa di meno consolatorio: il valore di una vita può essere riscoperto anche senza trasformare la sofferenza in una lezione morale.
Le strategie di coping possono aiutare a gestire ciò che accade, ma non esiste una risposta psicologicamente corretta alla malattia. Anche il bisogno di proteggersi, di stare soli o di non parlare continuamente della diagnosi può avere una funzione.
Michela Murgia e il linguaggio della malattia
Il materiale Instagram collegava il film anche alle parole con cui Michela Murgia aveva raccontato pubblicamente la propria malattia. Quel linguaggio aveva colpito perché rifiutava la metafora della “guerra” contro il corpo. È un punto utile: le metafore possono aiutare alcune persone e risultare estranee ad altre. Non esiste un modo obbligatorio di raccontare il cancro, né una narrativa di coraggio a cui adeguarsi.
Cosa rappresenta bene e quali cautele servono
Il film offre uno spazio per parlare di perdita, appetito, relazioni e senso della vita senza trasformare la protagonista in un caso clinico. La cautela principale è proprio questa: un’opera narrativa non permette di inferire diagnosi né di generalizzare l’esperienza oncologica.
L’analisi riguarda i temi psicologici presenti nell’opera e non fornisce indicazioni mediche o oncologiche individuali.



















