Blonde, film del 2022 con Ana de Armas, è definito dalla stessa Netflix un “ritratto romanzato” di Marilyn Monroe. Questa precisazione è essenziale: il film non va trattato come una biografia affidabile né come materiale clinico sulla persona reale. È piuttosto una costruzione narrativa che usa il mito di Marilyn per raccontare fama, identità, trauma e solitudine.
Norma Jeane e Marilyn: due identità?
Il film insiste continuamente sulla distanza fra Norma Jeane e Marilyn Monroe. La prima è associata all’esperienza privata, alla vulnerabilità e al bisogno di essere riconosciuta; la seconda alla figura pubblica, desiderata e consumata dallo sguardo altrui.
Questa divisione può essere letta come una metafora della distanza tra identità vissuta e identità rappresentata. Non significa che il personaggio debba essere diagnosticato con un disturbo dissociativo. La dissociazione è un concetto clinico preciso; nel film la frattura è soprattutto una scelta narrativa per mostrare quanto possa diventare difficile abitare un’immagine costruita dagli altri.
Trauma e memoria
Blonde utilizza ricordi, flashback, sogni e immagini disturbanti per costruire una percezione frammentata del passato. Il trauma psicologico può alterare il modo in cui una persona vive sicurezza, relazioni e memoria, ma il film non fornisce una documentazione clinica e non dovrebbe essere usato per formulare diagnosi retrospettive su Marilyn Monroe.
È più corretto osservare come il linguaggio cinematografico rappresenti il trauma: ripetizione, immagini intrusive, perdita di controllo e ritorno continuo a esperienze dolorose.
Il bisogno di essere vista
La fama promette visibilità, ma nel film la visibilità non coincide con il sentirsi conosciuti. Marilyn è osservata continuamente e, paradossalmente, appare sempre più sola. È una distinzione importante anche dal punto di vista dell’autostima: ricevere attenzione non garantisce automaticamente una percezione stabile del proprio valore.
Relazioni e paura dell’abbandono
Molte relazioni vengono rappresentate come luoghi di ricerca di sicurezza e conferma. In questo senso il film può essere messo in dialogo con la teoria dell’attaccamento, purché la teoria venga usata come lente di lettura e non come etichetta applicata a distanza a una persona reale.
Solitudine, tristezza e depressione
Il tono del film è profondamente cupo e mette in scena isolamento, disperazione e perdita. Questi elementi ricordano alcuni aspetti discussi nel nostro approfondimento sulla depressione, ma anche qui la distinzione tra rappresentazione e diagnosi è fondamentale. Blonde è una finzione ispirata a una figura storica, non una cartella clinica.
Il problema della spettacolarizzazione
Il film è stato discusso anche perché sceglie immagini volutamente estreme. Da un punto di vista psicologico questo apre una domanda interessante: quando una narrazione vuole denunciare lo sfruttamento di una donna famosa, fino a che punto può mostrare la sua sofferenza senza riprodurre lo stesso meccanismo di esposizione?
È forse questo il nodo più forte di Blonde: lo spettatore non osserva soltanto la costruzione di Marilyn Monroe, ma è costretto a interrogarsi sul proprio desiderio di guardarla.
Il film e le sue scelte narrative non permettono diagnosi cliniche retrospettive sulla persona reale di Marilyn Monroe.



















