La psicologia è politica: il libro di Marocchini e Dibennardo

La psicologia studia il comportamento umano e cerca di descriverlo con strumenti il più possibile rigorosi. Ma gli strumenti, le domande di ricerca e perfino le categorie che utilizziamo nascono sempre in un determinato contesto storico e sociale. È il punto di partenza di La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale, libro di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo, pubblicato da Tlon nel 2026.

La tesi degli autori è che la disciplina non sia mai completamente separabile dai rapporti di potere e dai criteri con cui una società distingue normalità e devianza. È un invito a interrogare le condizioni della conoscenza psicologica, non necessariamente a rinunciare all’idea di conoscenza oggettiva.

Che cosa significa dire che la psicologia è politica?

Non significa che ogni studio sia propaganda o che i dati siano semplici opinioni. Significa riconoscere che la scelta di quali fenomeni studiare, quali popolazioni campionare e quali comportamenti trattare come problematici può riflettere valori, priorità e limiti di un’epoca.

Per esempio, una norma costruita studiando un gruppo molto ristretto di persone può essere erroneamente applicata a popolazioni diverse. In questo caso il problema non è che la ricerca sia troppo scientifica, ma che le sue conclusioni vengano generalizzate oltre le evidenze.

Normalità, devianza e categorie diagnostiche

La distinzione tra comportamento frequente, comportamento socialmente accettato e comportamento clinicamente significativo è fondamentale. Le tre cose non coincidono. Un’esperienza minoritaria non è per questo una malattia; viceversa una condotta diffusa può avere conseguenze negative.

Il libro invita a osservare come alcune categorie siano cambiate nel tempo e come lo stigma possa derivare dall’uso improprio del linguaggio psicologico. Per un approfondimento sui meccanismi sociali di classificazione si può partire da stereotipi e pregiudizi.

Genere, classe e rappresentazioni sociali

Marocchini e Dibennardo attraversano temi come razzializzazione, condizioni di classe, genere, soggettività LGBTQIA+ e neurodivergenza. Il punto comune è il rischio di trasformare differenze sociali in presunte gerarchie naturali.

Questo non implica negare le differenze individuali né assumere che tutte le spiegazioni psicologiche siano equivalenti. Significa valutare criticamente metodi, campioni, ipotesi alternative e conseguenze dell’applicazione delle conoscenze.

Il rischio opposto: sostituire i dati con i valori

Una buona lettura critica deve valere in entrambe le direzioni. Se la psicologia tradizionale può aver incorporato pregiudizi, anche una psicologia esplicitamente orientata alla giustizia sociale deve sottoporre le proprie affermazioni a verifica empirica. L’intenzione etica non rende automaticamente vera una teoria.

La questione più utile non è scegliere fra neutralità assoluta e militanza assoluta, ma capire come ridurre errori, rendere esplicite le assunzioni e distinguere descrizioni dei fatti, interpretazioni e giudizi normativi.

Perché leggerlo

La psicologia è politica può essere letto come un invito a rendere la disciplina più consapevole delle proprie condizioni di produzione. La sua forza è spingere a domandarsi chi viene rappresentato dalle teorie, chi resta escluso e quali prove giustificano una categoria.

Il confronto con il metodo scientifico è ciò che rende il tema particolarmente interessante: non una rinuncia al rigore, ma una richiesta di rigore anche quando i risultati confermano ciò che vorremmo già credere.

Fonti e approfondimenti

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