Un Raggio di Sole al Giorno: Vita in Reparto Psichiatrico

«Un raggio di sole al giorno» (정신병동에도 아침이 와요, Jeongsinbyeongdong-edo achim-i wa-yoLR; tradotto con “Il mattino arriva anche nei reparti psichiatrici”) è una serie tv sudcoreana diffusa da Netflix a partire dal 3 novembre 2023. Questa serie è ispirata all’omonimo webtoon – un tipo di fumetto digitale originario della Corea del Sud; il termine nasce dall’unione di web (rete) e cartoon (fumetto) – di Lee Ra-ha, un’ex infermiera che, in questo scritto, ha narrato le proprie esperienze di vita.

Trama

La protagonista, Jung Da-eun (interpretata da Park Bo-young), una capace infermiera al terzo anno, viene improvvisamente trasferita al reparto di psichiatria del Myungshin University Hospital per le eccessive precisione e parsimonia mostrate nel prendersi cura dei suoi pazienti. Questa particolare attenzione da parte sua finisce per rallentare il lavoro dei colleghi e spingere l’organizzazione, indispettita, a destinarla altrove. In parallelo alle vicende legate alla salute mentale e all’ospedale psichiatrico, si articoleranno delle storie che vedranno la protagonista interfacciarsi soprattutto con i personaggi maschili di Hwang Yeo-hwan (interpretato da Chang Ryul) e Song Yu-chan (interpretato da Jang Dong-yoon) impreziosendo la trama con risvolti romantici capaci anche di sottolineare l’importanza dell’amore e dell’amicizia.

Dare nuova vita alle ingiustizie

Anche se, inizialmente, il cambio di posizione sembra essere una punizione inflitta dai suoi superiori, Jung scoprirà di essere molto interessata ai pazienti psichiatrici e alle loro realtà. Questo le permetterà di riflettere sull’esistenza umana attraverso un nuovo sguardo, più sensibile e paziente di quello maturato fino a quel momento. «Un raggio di sole al giorno» è una serie inaspettatamente necessaria proprio per le perplessità che riesce a smuovere rispetto a temi fondamentali come il significato della parola salute, le disparità nei trattamenti di cura legate allo status socioeconomico, il senso dell’amore e dell’amicizia e, più in generale, della stessa esistenza umana. Ecco alcune delle domande più interessanti poste dai pazienti dell’infermiera Jung: «Quando mi guarda, vede una malata?», «Perché continuo a stare male?», «Vivere nella ricchezza previene le malattie mentali?».

Tutti questi quesiti ci spingono inesorabilmente a riflettere su situazioni che, in un modo o nell’altro, con più o meno gravità, ci siamo ritrovati tutti e tutte a vivere. Nessuno e nessuna di noi vorrebbe essere visto e vista esclusivamente come una persona malata, tutti e tutte vorremmo smettere di stare male il prima possibile e abbiamo vissuto la frustrazione di dover sopportare il dolore e la sofferenza e, sicuramente, tutti e tutte ci siamo arrabbiati e arrabbiate di fronte a una sanità pubblica che si mostra troppo spesso incapace di sostenere adeguatamente chi ne ha bisogno. È interessante però poter anche riflettere su come soldi e buona posizione sociale non rendano le persone esenti dalle malattie sia fisiche che mentali. I tanti casi di depressione tra persone famose e/o ricche, apparentemente in possesso di “tutto ciò che di materiale si potrebbe desiderare”, testimoniano proprio questo.

Operatori sanitari: Eroi ed eroine?

Il potenziale principale di questa serie tv sta proprio nella possibilità di far sorgere questa riflessione importantissima nello spettatore: tutti e tutte possiamo ammalarci nel corso della vita. Nessuno e nessuna di noi è esentato o esentata da una possibile malattia, anche mentale, a prescindere dalla mole di conoscenze mediche che ha collezionato nel corso della propria esistenza – o, come dicevamo più su, a prescindere dal proprio ingente patrimonio. La protagonista, Jung, infatti è un’infermiera bravissima.

Per una serie di svariate coincidenze – che, come detto sopra, potremmo definire meglio come ingiustizie – diventa una infermiera psichiatrica di tutto rispetto. Il suo rapporto con i pazienti è sublime: si comporta come chiunque di noi vorrebbe che si comportasse un’infermiera se fossimo malati psichiatrici. È così appassionata e dedita alla propria professione che, forse proprio per questo, non sopporta la scomparsa prematura di un paziente per via di un suicidio. Si chiede: «avrei potuto fare qualcosa in più? Avrei dovuto fare qualcosa in meno?».

Le domande, anche rispetto a questa specifica tematica, sono infinite, e sorgono anche in chi guarda la serie. L’empatia nello spettatore si smuove ancor di più quando ci si rende conto che l’intera equipe medica non avrebbe potuto fare di più per salvare il paziente. L’impegno è stato elevato e il servizio offerto al paziente di ottima qualità. Nessuno può essere responsabilizzato per il triste accaduto. Questo comporta una presa di coscienza collettiva non indifferente: il professionista sanitario ha da essere umile. Il professionista deve sempre tenere a mente i limiti della propria professione e l’incredibile imprevedibilità della mente umana.

Accettare Luci e Ombre della Vita

La consapevolezza dei prepotenti limiti delle professioni sanitarie si presta a essere motivo di scoraggiamento? Assolutamente no. La serie invoglia ad accettare la sofferenza, a comprendere che chiunque può trovarsi nelle vesti di un paziente psichiatrico (ma non solo) e che non c’è nessun motivo di vergogna. Siamo tutti esseri umani, le fragilità sono parte integrante del nostro modo di essere e di esistere, così come la malattia è l’altra faccia della medaglia della salute.

Ma la medaglia siamo noi e non possiamo esimerci di vivere guardando entrambi i lati del nostro volto. Jung impara a guardarsi dall’altro lato, e lo insegna a ognuno e ognuna di noi. Spingendoci soprattutto a non dimenticare quanto sia faticoso essere malati, stare male e quanto sia importante ricevere una mano e del supporto soprattutto in quegli specifici momenti. E, più di ogni altra cosa, quanto sia salvifico capire che non c’è una colpa di fronte alla malattia: «È una malattia, non un peccato. Le malattie mentali sono così, sono imprevedibili. Possono colpire chiunque e in qualsiasi momento».

Insieme

«Un raggio di sole al giorno» incoraggia a guardare la realtà per quello che è, nella sua crudeltà, ma sottolinea anche quegli aspetti più potentemente benefici delle relazioni umane, capaci di fare la differenza. La malattia non si può sconfiggere ma l’egoismo e la superficialità con impegno e volontà sì, se abbiamo voglia di porgere la mano a chi ne ha bisogno – anche perché consci del fatto che prima o poi ad averne bisogno potremmo essere anche noi – e di informarci su tante tematiche complesse e non immediatamente comprensibili, come è ancora oggi il caso della salute mentale.

Questa serie è anch’essa uno strumento serio e sensibile per approfondire il nostro bagaglio culturale, concedendoci di comportarci in maniera migliore soprattutto con chi soffre di una psicopatologia. Come insegna Jung, proprio nei momenti più tormentati e incerti della nostra vita, essere gentili può essere una salvezza e lo è ancora di più incrociare persone gentili nei momenti di difficoltà.

È quello che capita a Jung che vede la propria responsabile passare da superiore al lavoro a colei che si occupa di curarla come paziente. Il dialogo qui di seguito, che vede Jung, come paziente, e l’infermiera che si occupa delle sue cure scambiarsi delle importanti riflessioni. Inoltre sottolinea emblematicamente tutto quanto commentato finora e porta questo articolo verso le conclusioni:

– Jung: «Perché dovrei stare meglio? Alla fine, la mia situazione resterà la stessa. Non cambierà niente e io mi ammalerò di nuovo». 

– Infermiera: «Chiunque può ammalarsi e le cure non sono sempre immediate. Ma, come si dice, l’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Questo è certo. Nessuno nasce paziente e nessuno resta tale fino alla fine. La notte non può durare per sempre. Pesto, sorgerà il sole». 

– Jung: «Pensa che il sole sorgerà anche per me?»

– Infermiera: «Sì, se è pronta ad affrontarlo. Noi inviamo solo onde positive ai cuori dei nostri pazienti. Dove vadano a finire o quali cambiamenti portino dipende solo da loro».

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